Via Fani: i 90 secondi del rapimento Moro. Un mistero italiano lungo 41 anni

«Questa mattina abbiamo rapito il presidente della Democrazia Cristiana ed eliminato la sua scorta, le teste di cuoio di Cossiga». Così 41 anni fa alle 10.05, una voce annunciava ai giornali il rapimento di Aldo Moro, il grande statista italiano, padre del compromesso storico. Un annuncio choc dopo quei maledetti novanta secondi in cui si sviluppò la strage.

In Via Fani, quel 16 marzo del 1978, fu messo a segno un agguato definito «un gioiello di perfezione» e per questo assai simile a un’imboscata militare, ma del quale le Brigate Rosse ne hanno sempre rivendicato il concepimento e paternità. Anche in sede dibattimentale. In quella strada della Capitale, passata alla storia nel giorno in cui si insediava il governo monocolore Dc guidato da Andreotti ed a cui il Partito Comunista Italiano si apprestava a conferire il proprio sostegno, furono 90 interminabili secondi di fuoco.

Corpi insanguinati e privi di vita, bossoli, qualche arma degli agenti di scorta, un caricatore, quel berretto da aviere. E poi una borsa, ma non quella di Aldo Moro, «uomo buono, mite, saggio ed amico», come lo definì il pontefice Paolo VI. Ancora sembra di sentirla la voce di Paolo Frajese, storico e compianto cronista del Tg1.

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Fu il primo a raccontare, con enfasi e commozione, il luogo della strage mentre la telecamera, accanto a lui, attraversando il più cruento dei luoghi del delitto, si soffermava sui corpi coperti da lenzuoli e fori di proiettili sulla carrozzeria delle auto. Una cronaca, ma più ancora un piano sequenza rimasto memorabile. Da brividi. Impensabile però al giorno d’oggi.

A dare il segnale al gruppo di fuoco fu Rita Algranati quando alle 8:55 di quella mattina del 16 marzo 1978, all’incrocio di via Stresa con via Fani, alzò la mano in cui teneva stretto un mazzo di fiori. Fu il segnale che stava arrivando Moro a bordo della Fiat 130 seguita dall’Alfetta di scorta. Col presidente della Democrazia Cristiana viaggiavano i carabinieri Domenico Ricci e Oreste Leonardi, sull’altra auto, invece, tre poliziotti: Raffaele Jozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi. Tutti morti, tranne Moro, rapito e nascosto almeno in due covi differenti durante i 55 giorni di prigionia. Prima di essere ucciso e fatto ritrovare cadavere nel bagagliaio di una Renault 4 rossa in via Caetani il 9 maggio 1978.

Un mistero italiano su cui ancora oggi, a quarantuno anni da quella strage, ci sono veli e ombre. Tanti i lati oscuri di quello che è stato definito l’affaire Moro: dai presunti coinvolgimenti di Gladio e della ‘ndrangheta, a quelli di alcuni settori dei servizi segreti, non solo italiani. E poi lo strano black-out delle linee telefoniche della zona.

Una serie di gialli nel giallo, come la presenza di un quinto uomo del commando (si è sempre parlato di un tiratore scelto che operò in maniera chirurgica) o l’appartamento di via Gradoli usato come covo. E poi le tante soffiate precedenti al rapimento di Moro che mettevano in guardia circa l’organizzazione di quello che si rivelò un blitz di matrice militare. Ma anche l’accusa di uno o più ostacoli alle indagini e il ruolo che qualcuno ebbe sul percorso scelto quella mattina dalla Fiat 130 e dall’Alfetta di scorta.

Un «caso» di cui si sono occupati magistrati e giornalisti, scrittori e registi, commissioni parlamentari. Lavori e pagine di verbali che mai in quarant’anni ricostruiscono fedelmente cosa e chi, ci fosse davvero dietro il rapimento di Moro e la strage della sua scorta contro cui quel 16 marzo venne sparato un numero impressionante di colpi. Sull’asfalto furono ritrovati 93 bossoli, ma i colpi esplosi secondo le perizie balistiche sarebbero stati di più.

In via Fani si disse che vennero usate anche munizioni di provenienza speciale. Tra i bossoli repertati, 31 pare fossero senza data di fabbricazione e ricoperti da una particolare vernice protettiva. E quando si scoprirono i depositi “Nasco della struttura paramilitare segreta della Nato (Gladio) si riscontrarono le stesse caratteristiche nelle munizioni di quei depositi”.

Misteri irrisolti di cui si è tornato a parlare alla vigilia di questo tragico anniversario. All’incrocio di via Fani, la strada fu sbarrata da una Fiat 128 familiare guidata dal brigatista Mario Moretti. La frenata, il tamponamento tra le vetture. Dalle siepi del bar Olivetti sbucarono quattro uomini vestiti da avieri. Erano i brigatisti Morucci, Fiore, Gallinari e Bonisioli. Furono loro ad aprire il fuoco con mitragliatrici e pistole. I primi due, secondo quanto accertato, mirarono alla Fiat 130 con colpi singoli.

Facendo attenzione, però, a non colpire Moro. Mentre Gallinari e Bonisioli spararono a raffica. E quando i mitragliatori (si dirà poi appartenuti alla repubblica di Salò) si incepparono, i due brigatisti tirarono fuori le pistole. In fondo alla strada c’era Barbara Balzerani vestita da poliziotto con in mano una paletta per fermare le auto in transito verso l’incorcio.

La scorta di Moro non si aspettava un agguato e solo il carabiniere Iozzino riuscì ad uscire dal veicolo e a sparare due colpi, prima di essere massacrato come gli altri colleghi. Fu Moretti, aiutato da Fiore e Gallinari, a prelevare Moro e a caricarlo su una Fiat 132 giunta a a retromarcia. Poi la fuga a gran velocità. E alle loro spalle una Honda con due persone a bordo.

Dal 16 marzo e fino al 9 maggio, quando Moro fu ucciso e fatto ritrovare nel bagagliaio di una Renault 4 rossa, ci fu una lunga trattativa che creò polemiche e spaccature nelle forze politiche del tempo. Tra chi voleva trattare e quanti invece si opposero perché non si poteva scendere a patti con i terroristi.

Aldo Moro fu ucciso, con la sua morte saltò anche l’alleanza politica tra Dc e Pci e cominciò la stagione del Pentapartito, l’alleanza di tutti eccetto il Pci.  Una stagione che durò fino al 1992 quando lo scandalo ‘Tangentopoli’ spazzò via la Dc, il Psi e tutto il sistema politico allora al governo.