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Di che malattia soffriva Giacomo Leopardi e come è morto nella realtà

Giacomo Leopardi, uno dei più grandi poeti e intellettuali italiani, visse un’intera esistenza segnata dalla malattia. Fin dalla giovane età, soffrì di diverse patologie che influenzarono profondamente la sua vita e la sua produzione artistica. Tra i problemi più noti, si annoverano una grave scoliosi, che deformò il suo corpo, e una compromissione della vista, che peggiorò nel tempo a causa delle intense ore dedicate allo studio.

Gli storici hanno discusso a lungo sulla diagnosi esatta delle sue malattie. Alcuni sostengono che Leopardi soffrisse di tubercolosi ossea, una condizione che avrebbe causato dolori cronici e deformità. Altri propendono per una osteomalacia, una malattia legata a un grave deficit di vitamina D che indebolisce le ossa. In ogni caso, queste patologie lo resero fragile fisicamente, ma non indebolirono il suo straordinario talento letterario.

Gli ultimi anni a Napoli e la morte

Nel 1833, Leopardi si trasferì a Napoli con l’amico intimo Antonio Ranieri. In città, il poeta continuò a soffrire di problemi di salute, aggravati dalle condizioni ambientali e dal clima umido. Durante questo periodo, visse un’intensa fase creativa, culminata nella composizione de “La ginestra”, uno dei suoi ultimi capolavori.

La sua morte avvenne il 14 giugno 1837, pochi giorni prima del suo 39º compleanno. Secondo il racconto di Ranieri, Leopardi morì a Napoli, in Vico Pero 2, a causa di un peggioramento improvviso della sua asma, probabilmente legato a una “idropisia di cuore” (accumulo di liquidi nei polmoni e nel torace). Le sue ultime parole, come riportato da Ranieri, sarebbero state: “Addio, Totonno, non veggo più luce”.

Controversie sulla causa e il luogo della morte

Le testimonianze di Antonio Ranieri, che nel 1880 pubblicò Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi, sono state spesso messe in discussione. Molti studiosi ritengono che la causa della morte potrebbe essere stata diversa, ipotizzando condizioni come coma diabetico, congestione o persino colera, dato che l’epidemia era diffusa a Napoli in quel periodo.

Alcune teorie suggeriscono che Leopardi non morì nel suo domicilio, ma a bordo di una carrozza diretta a Castellammare di Stabia, dove avrebbe dovuto ricevere cure termali. Questa ipotesi è legata alla possibilità che l’indirizzo ufficiale di morte fosse stato modificato per evitare che il corpo fosse sepolto in una fossa comune, pratica obbligatoria per chi moriva durante l’epidemia di colera.

La sepoltura e il mistero dei resti

Ranieri riuscì a ottenere una sepoltura dignitosa per Leopardi grazie a conoscenze influenti nel Regno di Napoli. Il poeta fu inizialmente tumulato nella Chiesa di San Vitale Martire a Napoli. Nel corso degli anni sono sorte numerose speculazioni sulla sorte delle sue spoglie. Alcuni sostengono che il funerale sia stato fittizio e che Leopardi sia stato sepolto in una fossa comune nel Cimitero delle Fontanelle.

Una riesumazione effettuata nel 1900 confermò la presenza di resti nella bara di San Vitale, ma mancano parti dello scheletro, inclusa una scarpa col tacco, che alimenta ulteriori dubbi. Nel 1939, le spoglie furono trasferite nel Parco Vergiliano a Piedigrotta, dove riposano tuttora, nonostante proposte di spostamenti a Recanati o a Firenze.

Redazione Web

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