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Costiera, l’alluvione del 1954: a Pucara di Tramonti la terra si alzò di 40 metri

«Lo spettacolo della via che da Castagneto (presso Cava dei Tirreni) va a Molina era spaventoso. Con enormi cumuli di valanghe, ponti crollati e auto compresse nel fango. Su una vettura targata SA 14074 c’era un cane lupo: son tre giorni che quel cane, scampato per caso, è ritto sul cofano, dove abbaia e si lamenta con lugubri ululati, ringhiando e azzannando chi ha tentato di offrirgli del cibo, di accarezzarlo, farlo scendere di là. Niente, il cane si afferra alle lamiere, non vuol lasciare l’auto in cui è morto il suo padrone». Inizia così una delle cronache dell’epoca pubblicata quattro giorni dopo la terribile alluvione del 25 ottobre del 1954 che colpì Salerno e numerosi comuni della Costiera tra cui Maiori.

Foto Mario Capone

A firmarla era uno dei tanti inviati che giunsero lungo il litorale salernitano. Giungendo attraverso la strada ferrata proprio tra Cava e Salerno. Ed è da qui che ebbe inizio il viaggio nei luoghi del disastro. La meta è Maiori e più su Tramonti, il punto più alto colpito da quella terribile alluvione del 1954 da cui venne giù la valanga d’acqua, pietrisco e masse di roccia, scesa a valle dalla colonna dei monti S. Angelo, Demanio, Pertuso e Monte dell’Avvocata.

Tramonti all’epoca era grappolo di frazioni. Tra cui Pucara, quella maggiormente colpita nella zona cosiddetta Ferriera. Qui, pochi gruppetti di case appollaiate alle falde del monte Demanio, in una gola dove in fondo si vede il mare, vennero quasi tutte spazzate via.

Foto Mario Capone

Qui, secondo gli scienziati che all’epoca di pronunciarono dopo la tragedia, l’uragano ebbe il punto di massima violenza. Qui, insomma, ci fu ciò che nei terremoti viene definito “epicentro”. E ciò sarebbe emerso da vari fenomeni, fra cui il fatto che l’alveo del fiume si allargò incredibilmente sollevandosi di una quarantina di metri sotto una coltre di pietrame.

All’epoca il Ministero dell’Agricoltura inviò una delegazione a Tramonti per studiare il fenomeno terrificante ed studiare i rimedi nella prima frazione di Tramonti, quella Pucara in cui vi furono danni e vittime. La località era quella della Ferriera dove le truppe del Battaglione C.A.R. di Nocera scarono per giorni sotto gli ordini di un ufficiale.

Foto Mario Capone

«Fra le pietre appare una corona di fiori di seta. E’ il ricordo delle nozze fra i due sposi: Gaetano e Giovanna. Andiamo a piedi per una via pericolante. Solo massi e rovi, fra cui gorgoglia, torbida, la fiumara. Scendiamo nel letto ove scorre il Reginna Maior. Le cartiere sono coperte fin quasi sui tetti dal pietrisco. Sul greto incontro, con molte carte e complicati strumenti, la delegazione scientifica del Ministero dell’Agricoltura», racconta l’inviato.

«Occorreranno piantagioni di ontani e robinie per fermare le acque e far sorgere di nuovo, sulle ferite, giardini di agrumi e frutteti» dissero gli inviati del ministero che, come si era già fatto in altri Paesi (per esempio in Svizzera), spingevano affinché fossero creati posti di osservazione e d’allarme per le valanghe oltre a una rete di stazioni pluviometriche per quelle zone montane ove la vita delle popolazioni può essere posta in pericolo dalle anormali precipitazioni atmosferiche. Correva l’anno 1954.

Redazione Web

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