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Cenone della Vigilia di Natale in Costiera Amalfitana: il menù della tradizione e le differenze tra comuni

Il cenone della Vigilia di Natale è, come sempre, un rituale irrinunciabile. Sebbene negli ultimi anni non siano mancate attività di ristorazione che hanno scelto di restare aperte anche in occasione della serata più attesa dell’anno, la tradizione prevede che la sera del 24 Dicembre sia da trascorrere a casa con i propri cari.

La cena, secondo i dettami, è “di magro”: a dominare, in tavola, sono i prodotti del mare. Acquistare questi ultimi, tuttavia, non sempre rientrava nelle disponibilità economiche di coloro che dovevano organizzare la cena natalizia. In passato, molti decenni fa, accadeva ancor più di frequente rispetto ad oggi, e, dunque, non mancavano “variazioni sul tema” rispetto al menù della tradizione.

In Costiera Amalfitana la tradizione si esprime lungo un continuum che va da Vietri sul Mare e Positano, dove c’è maggior aderenza ai dettami della tradizione partenopea classica, al cuore pulsante della Divina, dove, invece, va in scena nei piatti il concept meno opulento ma altrettanto gustoso della “volpe pescatrice”.

Il piatto della vigilia in Costiera Amalfitana, racconta il giornalista Sigismondo Nastri, era rappresentato dai vermicelli con la colatura di alici, fiore all’occhiello del paniere enogastronomico di Cetara.

Molto diffusa, però, in terra amalfitana ed anche a Tramonti, anche la tradizione della “pasta atterrata”, con le alici o le acciughe salate e le noci tritate. Tante le rivisitazioni di questo piatto presentate nel corso degli ultimi anni. Il gastronomo Vincenzo Savino ricorda che c’è chi sceglie, oggi, di aromatizzarla con un po’ di zeste di limone o di pane raffermo.

Spaghetti alle vongole della Trattoria dei Cartari (Amalfi). Foto Facebook: Reneta Enrico

Usanza prevalente, quest’ultima, rispetto a quella degli spaghetti con le vongole tipici della tradizione partenopea. Questi vanno certamente per la maggiore nella zona al di là di Capo di Conca, come a Furore e Positano, terre di confine con la provincia partenopea, dove la contaminazione con i dettami culinari dell’area all’ombra del Vesuvio era ed è, per forza di cose, maggiore.

Nelle case più povere, in cui le risorse economiche per comprare le vongole, purtroppo, non c’erano, si andava di spaghetti alle vongole fujute.

Immancabile, sulla tavola di Natale, era (ed è secondo i dettami della tradizione), poi, il broccolone lesso, condito con olio extra-vergine d’oliva e succo di limone.

C’erano poi – sempre per chi poteva permetterselo, sebbene all’epoca i costi fossero inferiori rispetto a quelli attuali – il baccalà, in pizzelle, oppure infarinato e fritto. Irrinunciabile, sulle tavole natalizie, era (e lo è ancora in molte case) anche il capitone fritto, in scapece, insieme alle anguille.

Spazio, poi, al pescato del giorno, ed, in particolare, a dentici, saraghi e marmore. Orate e spigole sono diventate predominanti in epoche successive.

Foto Facebook: Pescheria CI.CA.

Come contorno, mutuata dalla tradizione partenopea e campana in generale, l’ insalata di rinforzo, preparata con cavolfiore lessato al dente, tagliato a cimette e guarnito con papaccelle tagliate a listarelle, filetti di acciughe, olive nere e verdi, scarola riccia, qualche cappero, il tutto condito con olio extravergine d’oliva e aceto.

Frutta fresca di stagione e frutta secca in chiusura, in un trionfo di noci, mandorle, nocciole, le irresistibili castagne del prete, e, poi, i fichi secchi giunti dal Cilento o dalla Calabria, prima di lasciare spazio ai dolci della tradizione come zeppole (sia scaldatelli che di patate), struffoli, calzoncelli dolci, susamielli (in Penisola Sorrentina noti come sapienze), mostacciuoli e roccocò.

Andrea Bignardi

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