Scuole chiuse e didattica a distanza: le considerazioni di una giovane docente precaria di Salerno

Foto orizzontescuola

Riceviamo e pubblichiamo con piacere le considerazioni di Francesca Consiglio, giovane docente precaria di Salerno, riguardo la chiusura delle scuole e il ritorno della didattica a distanza in Campania.

La decisione di chiudere le scuole fino a fine ottobre, e ritornare quindi alla didattica a distanza, è stata presa nei giorni scorsi dal Governatore Vincenzo De Luca a seguito dell’aumento dei casi da Covid-19 sul territorio regionale.

La decisione della chiusura delle scuole in Campania è stata criticata da genitori, professori e dalla ministra Azzolina, oltre che dall’opinione pubblica.

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Si seguito le parole di Francesca Consiglio:

“Sono una giovane docente precaria e sono mesi che vivo di ansie e paure. Ecco, questa è la cruda verità. Non parlo a nome di tutti i miei colleghi, ma se qualcuno si riconoscerà in quello che scrivo, non potrà che rincuorarmi. Tutto è cominciato il 4 marzo 2020: pandemia, lockdown, DaD. Bene, armata di santa pazienza e forza di volontà e per amore dei miei alunni, mi sono rimboccata le maniche e ho provato a “insegnare” attraverso uno schermo. Ho fatto e ho imparato a fare tutto quello che era necessario, tra lezioni, compiti, riunioni, documenti e i nuovi amici PIA e PAI. Non mi sono mai tirata indietro e ho seguito i miei alunni giorno dopo giorno, lavorando per loro anche fino a tarda sera. Arrivato il mese di giugno ho tirato un sospiro di sollievo: tutto era andato bene e l’anno era stato concluso nel migliore dei modi nonostante le difficoltà. È durato poco. Quando sei un precario devi stare sempre all’erta. Infatti, messa da parte la DaD, è cominciato un periodo “infernale” scandito da più momenti in un climax ascendente e ansiogeno.
Ma facciamo un passo indietro: il 6 aprile 2020, in diretta al tg nazionale delle 20:00, il Ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina “chiede scusa a nome dei precari per l’impossibilità da parte del Ministero di aggiornare le graduatorie per le supplenze” spegnendo speranze e progetti di mezza Italia. Non contenta di ciò, il 28 aprile fa pubblicare in Gazzetta Ufficiale i benedetti bandi di concorso della scuola. Concorsi che si aspettavano da tempo, ma che forse in un momento del genere si potevano anche rimandare.
Arriva giugno, mese già complicato per impegni scolastici inderogabili, e si aprono le iscrizioni ai bandi. Comincia l’ansia: come si fa la domanda? Come si paga il bollettino? Il sistema è intasato. Come si contano gli anni di servizio? Ma questo certificato lo devo mettere? E quest’altro ancora? E via così.
Sempre a giugno, ritornando sui suoi passi, il Ministero dichiara che ce la fa: le graduatorie si aggiornano e diventeranno GPS (graduatorie provinciali scolastiche) affiancando le vecchie e care GI (graduatorie d’istituto). Ottimo, si aprono le graduatorie, ma quando e come?! E ancora ansia su ansia per tutto il mese di luglio fino a che, giusto tre giorni prima, con tabelle degli altri titoli culturali e artistici valutabili cambiate all’ultimo secondo, escono le famose date d’apertura e chiusura e le modalità di iscrizione: quindici giorni per l’invio di circa 800.000 domande telematiche. Perfetto, peccato che il sistema si è rivelato fallace dal primo momento: sito in palla quasi a qualsiasi ora, l’inoltro che non va, il pdf generato automaticamente sbagliato, cambiamenti in corso d’opera.
Dopo un po’ di tregua nel mese estivo per eccellenza, arriva il primo settembre e sono davanti al pc ad attendere le graduatorie che secondo ordinanza dovevano uscire tutte insieme in questa data. Ovviamente non è stato così, e quindi altra ansia: quando escono quelle di Napoli? E Milano? E Roma? Notizie da Firenze? E da Venezia? Una volta pubblicate le graduatorie, è venuta fuori tutta l’inadeguatezza di un sistema che poteva essere più giusto e dare maggiori possibilità, ma che è stato fatto male e in fretta: punteggi sbagliati e sballati, persone prime in graduatoria grazie a centomila titoli universitari e non, ma che non hanno mai messo un piede in classe, modalità di convocazione non chiare e diverse da provincia a provincia. Ci sarebbe tanto da dire, ma non riuscirei mai parlare di quello che è successo in tutte le province d’Italia, anche se non ce ne è stata una che non abbia avuto problemi. Per quanto mi riguarda, io non solo sono una docente precaria, ma anche una docente precaria campana, la cui unica colpa è voler lavorare e avere ancora speranza in questa Regione. Ho dovuto assistere a convocazioni telematiche, a moltissimi docenti abilitati di sostegno che hanno preferito posti di materia pur di non fare quello per cui hanno scelto di specializzarsi passando dure prove selettive. E mi viene spontaneo chiedermi chissà perché allora l’abbiano scelto. Ho dovuto logorarmi nella scelta di quale convocazione accettare, perché un altro regalo che ci ha fatto la cara Ministra, è stato quello di non poter cambiare una supplenza di 10 giorni per una più lunga una volta che si è preso servizio. E ora devo accettare che un Presidente di Regione decida arbitrariamente di chiudere tutte le scuole, indicandole così come il primo elemento sacrificabile della nostra società. La scuola è vita, è ossigeno, è un luogo di crescita e integrazione, è una priorità. Quello che non si riesce a capire è che la DaD poteva essere una soluzione all’inizio di una situazione emergenziale, ma non può essere la normalità, perché non è inclusiva (e penso soprattutto ai ragazzi che hanno bisogno del sostegno), non dà le stesse possibilità a tutti e non è democratica. È ormai chiaro a tutti, o a chi lo vuole capire, che il contagio non avviene in aula, ma fuori, in famiglia, sui mezzi pubblici, per strada. Ma da marzo, mi chiedo, cosa è stato fatto? I Dirigenti e il personale scolastico hanno lavorato senza sosta per poter aprire in sicurezza, ma il Governo e le Regioni cosa hanno fatto? Nemmeno una cosa sono riusciti a fare: preparare e migliorare i trasporti, almeno quelli scolastici. Abbiamo solamente assistito, specialmente in Campania, a show presidenziali e terrorismo da parte dei media. Oggi mi ritrovo ad essere costretta a conoscere i miei nuovi alunni dietro ad un computer e questo mi fa arrabbiare e rattristire allo stesso tempo. Questo non è il mio lavoro, voglio tornare a guardare quegli occhi vivaci, vogliosi di imparare e aperti al futuro, voglio vederli scherzare e ridere tra di loro e con me, voglio vederli anche piangere, abbattersi e poi rialzarsi, voglio vivere la scuola. E se riusciremo a farcela, se riusciremo a garantire il diritto allastudio e all’istruzione, sarà sempre grazie ai nostri ragazzi, perché stanno dimostrando di essere migliori di molti adulti e di loro professori. Loro sono la nostra speranza”.