Salerno, 40 anni fa la tragedia dello Stabia I: 12 morti, 2 della Costiera Amalfitana

Il ricordo del tragico naufragio della piccola motonave Stabia I, davanti al porto di Salerno riporta alla memoria immagini di angoscia e di morte, di disperazione impotente di fronte ad un elemento naturale incontrollabile: il mare.

Ricordi che suscitano un senso di ribellione agli uomini dell’era delle tecnologie assai meno fatalisti e rassegnati dei protagonisti dei romanzi di Conrad e Melville.

Era il 4 gennaio del 1979 quando lo Stabia I, poi denominata carretta del mare, affondò davanti al porto di Salerno con a bordo un equipaggio composto da 13 uomini. Uomini delle marinerie Torrese e Puteolana e da due giovani della Costiera Amalfitana: uno di Amalfi e l’altro di Maiori.

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Tredici in tutto, di cui dodici morti ed un solo sopravvissuto.

La sciagura avvenne in piena notte, lungo la diga foranea del porto. Qui affondò quella motonave scagliata dal mare sugli scogli a Salerno. Quattro salme furono recuperate nelle ore successive il naufragio che avvenne in pochi minuti.

Il mercantile (con tredici uomini di equipaggio) fu investito dal fortissimo vento che sollevava onde alte una decina di metri. A Salerno e non solo si parlò di tragedia antica nell’era tecnologica.

La tragedia si consumò nella notte tra giovedì e venerdì nella rada del porto di Salerno: la nave da caricò «Stabla I», del compartimento marittimo di Napoli, lunga 78 metri, 1615 tonnellate di stazza lorda, in balia dei marosi e del vento di burrasca, dopo drammatici sos andò a schiantarsi contro il molo di sottoflutti.

Il mare nei giorni successivi restituì soltanto quattro salme mentre l’uni a salvarsi fu il direttore di macchina Vincenzo Scotti Fasano, 22 anni: finito in acqua sulla cresta di un’onda gigantesca fu letteralmente catapultato all’interno del porto superando con un salto di oltre 20 metri il molo di sottovento.

Le vittime furono il capitano Azzaria Costagliela (Capo Miseno), il primo ufficiale Antonio Lubrano (Monte di Procida), il secondo ufficiale di coperta Raffaele Schiano (Monte di Procida), il primo ufficiale di macchina Domenico Schiano (Monte di Procida), i marinai Tobia Balzano e Vincenzo Campagna (Torre del Greco), 11 mozzo diciannovenne Francesco Massa (Sorrento), i macchinisti Oargiulo (Castellammare di Stabia) Maurizio D’Urso (Maiori), Enrico Guadagno (Amalfi), Luigi Sessa e Pietro Oargiulo (Procida).

Scampati al naufragio furono il marinaio Antonio Oandurro, 29 anni, e il capitano Gino Guasco, che avrebbe dovuto sostituire il comandante. Dovevano imbarcarsi a Salerno ma le proibitive condizioni del mare non hanno consentito loro di raggiungere la nave.

In rada, ad un miglio dalla costa, con la «Stabia I», per mancanza di posti di ormeggio nel porto, c’erano altre tre unità, tra cui la motonave sovietica «Ne vale s» di circa 3 mila tonnellate, un «cargo» spagnolo e un’altra nave italiana da carico.

L’avviso di burrasca viene dato dal bollettino meteorologico alle 13,35 di giovedì 4 gennaio: «Condizioni di mare tempestoso, forza 8-9; vento di burrasca da sud-ovest sugli 80 nodi».

La situazione precipita nel giro di poche ore al calar delle tenebre. Vincenzo Scotti Fasano, il superstite, rivelò al quotidiano La Stampa che «era intenzione del comandante rifugiarsi nel porticciolo di Agropoli. Purtroppo non ce l’abbiamo fatta: con due motori in avaria è stato un tentativo inutile e disperato. Il capitano ci ha radunati tutti sul ponte ma ormai la nave era ingovernabile e nel giro di qualche secondo, sballottati a destra e a sinistra, siamo finiti sugli scogli».

Il primo segnale di soccorso, secondo le cronache dei quotidiani dell’epoca, venne lanciato via radio dall’unità in pericolo e captato alle 21,15. Poi, dopo una serie di interlocuzioni, il mesto silenzio.

Nonostante la creazione di un comitato dei parenti delle vittime, non è stato mai disposto il recupero delle salme dei marittimi rimasti imprigionati in quella bara sommersa, come testimonia una proposta di legge di 13 anni più tardi. Da segnalare anche una interrogazione parlamentare presentata al fine di fare chiarezza sulla situazione.

Il relitto non fu mai sollevato dal fondale, perché una simile operazione, giudicata troppo costosa, non fu ritenuta indispensabile per le esigenze istruttorie. Non fu neppure disposto il recupero delle salme dei marittimi rimasti imprigionati in quella bara sommersa.