Passione, intrighi e ansia di «tornare a combattere». A Ravello il racconto di «Capitano Ultimo»

Si chiama Ultimo. Perché è cresciuto in un mondo dove tutti volevano essere primi. L’Italia intera, e non solo, lo conosce come Capitano Ultimo. L’uomo che arrestò Totò Riina e che prima ancora scoperchiò il malaffare fatto di intrecci tra mafia e politica. A Milano.

«Io sono un combattente, cercavo la battaglia e l’ho fatta, ho le ferite perché ho combattuto, se non le avessi avute vuol dire che avrei giocato anziché combattere» ha più volte ribadito ieri sera a Ravello il colonnello Sergio De Caprio alla cui storia il giornalista Pino Corrias ha dedicato un libro uscito appena un mese fa.

Ultimo è un carabiniere relegato oggi in una stanza in fondo a un corridoio del Comando Carabinieri Forestali. È il prezzo da pagare per i troppi onori? E’ questo l’interrogativo ricorrente. E’ questo uno dei punti di domanda che inevitabilmente ci si pone incrociando il suo sguardo.

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E ieri sera a Ravello si è cercato di capirne qualcosa in più di questo ennesimo mistero italiano in occasione della presentazione del libro «Fermate il Capitano Ultimo», organizzata dal Comune di Ravello e dall’associazione Ravello Nostra.

Nei giardini del Monsignore insieme con il sindaco Salvatore Di Martino, l’avvocato Paolo Imperato, il protagonista (Capitano Ultimo) e l’autore (Pino Corrias) si è sviluppato un dibattito attraverso cui le corde dell’anima sono state scosse da passione, intrighi e ansia di tornare a combattere.

Sergio De Caprio, incalzato dal giornalista Mario Amodio, al quale è stata affidata la conduzione della serata, ha affrontato il pubblico con la forza dei suoi occhi. Specchio di un’anima da combattente. E con le sue ragioni. Quelle che l’hanno portato a spiegare una serie di perché: dalla mancata perquisizione dell’abitazione in cui viveva Riina, alla latitanza di Matteo Messina Denaro.

Di Caprio, che ha parlato anche del ruolo di Balduccio Di Maggio, ha poi spiegato quel concetto di paura che talvolta assale quando convivi clo rischio. «La paura fa parte della lotta, è mia amica e qualche volta mi ha salvato la vita – ha detto Capitano UltimoHo paura il giusto. So guardarmi le spalle e mi fido dei miei uomini. Essere vulnerabili fa parte del gioco, ma una squadra riduce i rischi e fa crescere l’esperienza. L’esperienza ti insegna un sacco di cose, compresa la paura».

Lui, che condotto attività d’intelligence colpendo interessi di partiti di destra, di centro e di sinistra, probabilmente ha tanti nemici. Che si sono moltiplicati, secondo quanto emerge dal testo di Corrias.

Lo sconforto, comprensibile, affiora per essersi sentito prima usato poi abbandonando quando è diventato una minaccia. E’ questo solo uno stralcio del percorso professionale e umano del Capitano Ultimo che ieri sera è finito sotto i riflettori complice appunto la presenza dell’autore del libro, Pino Corrias, giornalista, scrittore e sceneggiatore che per la Rai ha realizzato uno straordinario documentario dal titolo Catturate Riina, e del colonnello Sergio De Caprio, protagonista di questa storia italiana che qualcuno annovera tra i grandi misteri di questo Paese.

«So riconoscere le persone. So organizzare la lotta, governare le strutture, scegliere gli obiettivi e so quello che serve: conoscenza del nemico, velocità, inventiva racconta Ultimo a Corrias nel libro – Abbiamo piazzato microfoni tra le bottiglie di vino di una cena, nelle candele sul tavolo di una riunione e telecamere dentro i lampadari. Abbiamo filmato lo scambio di tangenti in una stanza senza luce dell’Aeronautica militare. Arrestato Massimo Ciancimino, che mentre recitava la parte del pentito muoveva capitali per 100 milioni di euro in Romania e cinquanta chili di esplosivo in Italia».

«E seguito manager di Stato per settimane senza che né loro, né le scorte se ne accorgessero. Per farlo siamo diventati punk, baristi, infermieri, contadini, mendicanti – prosegue – So far crescere le persone insegnando loro le migliori tecniche investigative. So costruire un sistema operativo anche se io e te andiamo a schiacciare le noci. So trasformare dei ragazzi volenterosi in investigatori invisibili, coraggiosi, dinamici: i più forti sul campo».

È esattamente per questo che lo hanno fermato? «Lo pensai ma non glielo dissi – prosegue poi CorriasE credo che forse è anche colpa del suo carattere fatto col fil di ferro dei toscani, delle sue intemperanze contro i superiori, delle sue invettive e dei suoi abbracci. Del suo modo di muoversi e di vestirsi, di mettersi sull’attenti davanti alla bandiera ma restare con le mani in tasca davanti ai generali. Dell’autonomia che si prende, della diagonale con cui attraversa i regolamenti, dello stupore che genera quando dice – anche agli ufficiali – che lotta per il popolo e per i mendicanti, per gli eroi della vita quotidiana che affrontano una giornata alla volta, rispettando la legge».

«Ma specialmente, e più di tutto, credo che lo abbiano fermato per l’astronave silenziosa, compatta, veloce, che ha costruito e su cui viaggia con i suoi uomini dai tempi di Riina – conclude Corriasquando gliel’hanno smontata la prima volta, fino a oggi, con il Noe e l’Aise, quando gliel’hanno smontata una seconda e una terza volta».