Palazzo Como a Napoli: Origine, Storia e Curiosità sull’Edificio

Foto Antonio Pariante

A Palazzo Como a Napoli, ci si arriva se si percorre la lunga e prestigiosa via Duomo, partendo da una qualsiasi delle due estremità.

Giunti al numero 288 ci si imbatte in un edificio che sembra piombato lì dal passato di un’altra città.

Al numero 288 Palazzo Como ricrea a Napoli un assaggio di Firenze.

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Chi lo vedo ha un impatto straordinario alla vista, vista la mole massiccia di un edificio che non riesce proprio a passare inosservato.

In effetti, l’edificio, rispetto al dintorno, sembra un corpo estraneo.

Eppure la sua storia parla di lavori e rivisitazioni che hanno coinvolto spesso e volentieri molta parte degli edifici circostanti il nucleo originario.

Palazzo Como, Napoli: Origine e Storia

I napoletani lo chiamano palazzo Cuomo, dando cosi una “versione partenopea” al cognome del suo originario proprietario, Angelo Como, mercante fiorentino vicino alla corte aragonese.

Egli lo edificò nella seconda meta del ‘400 ‘esportando’ le forme del Rinascimento toscano, riscontrabili nella facciata a bugnato con le finestre crociate.

Nel 1473 il palazzo fu ultimato nello stile simile a quello del palazzo Diomede Carafa; tuttavia nello stesso anno si registrano ulteriori atti di compravendita tra Angelo Como e la vicina confraternita di San Severo al Pendino.

Tutto questo per completare l’edificazione, che finì definitivamente nel 1488.

La costruzione pare che seguì un progetto attribuito a Giuliano da Maiano, il quale sarebbe stato chiamato all’opera dallo stesso Angelo Como su suggerimento del duca di Calabria o di un suo seguace.

Al 1504 risale l’insediamento accanto al palazzo dei frati domenicani.

Nel 1587 l’edificio si cedette all’adiacente chiesa di San Severo al Pendino.

Pertanto quindi Giovan Giacomo Di Conforto lo riadattò e così lo si riutilizzò come chiostro dallo stesso complesso religioso.

La Sala del Museo Civico Filangieri sita a Palazzo Como – Foto by Megaride

Ottocento e Novecento

Successivamente, nel 1806, con la soppressione napoleonica di alcuni ordini religiosi, il palazzo divenne fabbrica di birra, gestita dall’austriaco Antonio Mennel.

Altri locali dell’edificio diventarono archivio del Regno delle Due Sicilie.

In seguito, dal 1823, venne affidato agli ordini monastici fino alla loro nuova espulsione avvenuta nel 1867.

A quel punto la gestione di Palazzo Como passò al comune.

Tra il 1879 e il 1882 ci fu un aspro dibattito sulla demolizione del palazzo a causa della realizzazione dell’allargamento di via Duomo.

Molti furono gli intellettuali che si opposero alla demolizione dell’edificio.

Tra questi Gaetano Filangieri junior, principe di Satriano e nipote di Gaetano Filangieri, che lo acquistò nel 1883 con lo scopo di custodirne l’integrità.

Risultato di questa diatriba: si decise di arretrare l’edificio di venti metri rispetto alla posizione originaria.

Si procedette allo “smontamento” e alla ricostruzione dell’intera struttura affidata agli ingegneri Antonio Francesconi ed Enrico Albarella.

Durante questi lavori di adeguamento urbano, inoltre, si rifecero gli interni che oggi assumono un aspetto eclettico rispetto all’architettura dell’intero fabbricato.

Con lo scopo di rivalorizzare lo storico edificio, dopo la ricostruzione il palazzo divenne la sede della raccolta privata di opere d’arte di Gaetano Filangieri junior.

Nacque così l’attuale Museo civico Gaetano Filangieri, inaugurato nel 1888.

Durante la seconda guerra mondiale il palazzo, chiuso al pubblico, fu uno dei monumenti cittadini scampati ai bombardamenti alleati.

Riaprì poi a partire dal 1948 e fino al 1999, quando lo si chiuse lavori di restauro che durarono circa tredici anni, riaprendo poi definitivamente il 22 luglio 2012.

Curiosità

Una leggenda su questo palazzo Como dice che sia “infestato” da spiritelli dispettosi, ma “buoni”, i cosiddetti “munacielli”.

Infatti si narra che una famiglia napoletana, i De Bottis, lasciarono il palazzo proprio per aver visto questi spiriti.

Sarà vero? Chissà…