Napoli: i Discede di Maiori suonano l’ultima tammurriata a Carlo D’Angiò

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Si sono ritrovati tutti a Napoli stamane per i funerali di uno dei padri della canzone popolare Napoletana. Uno dei punti cardine. E non solo per aver fondato quella Nuova Compagnia di Canto Popolare o i Musicanova, ma per aver dato vita a quello che il giornalista de Il Mattino, Federico Vacalebre, definisce il “folk revival italiano”.

Ha trasformato con la sua voce i canti antichi del Sud facendo rivivere una straordinaria tradizione che in pochi anni ha fatto proseliti un po’ ovunque.

Tutte espressioni vive e antagoniste del mondo contemporaneo. Ed è stato un addio commosso quello di stamani. Un addio commosso a cui ha partecipato anche la Costiera Amalfitana con quegli interpreti della musica popolare figlia di D’Angiò e di Bennato.

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Sono i Discede di Maiori, storico gruppo composto da Maurilio Taiani, Massimo Ferrara, Giovanni Vuolo, Alfonso Manzi, Giovanna Della Mura, Roberto Pisani e Carlo Ferrigno, che è stato capace di riaccendere in Costiera, e non solo, quel sentimento di appartenenza che è tipico dei popoli del Sud.

E stamane all’uscita del feretro dalla chiesa in cui si sono svolti i funerali di D’Angiò, c’erano loro, con i tamburi, a suonare l’ultima tammurrriata al più grande interprete insieme con Eugenio Bennato, della riscossa popolare attraverso la musica e gli antichi canti del meridione d’Italia. Hanno accompagnato il feretro, portato a spalla dagli amici di sempre (tra cui quel Bennato, cuoautore di Briganti se More) fin lungo la scala che separa la chiesa dalla strada.

Sono venuti da Maiori per portare l’ultimo saluto a un maestro, a un mito del mondo contemporaneo che è stato capace di trasmettere attraverso quel “folk revival italiano” nuovi stimoli, nuovi orgogli, nuovi sussulti di appartenenza. Loro sono tra quegli spiriti nobili che dalla Costiera vanno cantano il Sud. Il nostro Sud. E hanno perpetuato la loro mission anche oggi con quel sound che coinvolge, che smuove le corde dell’anima.

«L’energia della proposta di Carlo ha conquistato anime e menti coinvolgendo nuove generazioni e dando avvio a una vera rivoluzione di costume, di cultura e di arte» ha detto Eugenio Bennato nel suo commiato durante il quale ha ricordato come quello che oggi è un inno del Sud, Briganti Se More, la scrisse insieme a D’Angiò in una sera di primavera del 1979. «Una voce alla storia negata dell’insorgenza meridionale per intervenire dove effettivamente la tradizione taceva e rompere con una semplice melodia quel silenzio che durava da oltre un secolo – ha poi detto Bennato – Quel canto è diventato un inno del Sud cantato da milioni di spiriti ribelli. E fin quando risuonerà Carlo sarà sempre lì presente e sorridente accanto a noi».