Sei una lota: significato del termine napoletano!

Foto by Vincenzo Gargiulo Schlemmer via Facebook

“Scusa, mi spiegheresti che vuol dire esattamente la parola lota in napoletano?”.

Questa è la domanda più frequente che tanti napoletani emigrati si vedono rivolgere negli ultimi giorni dai colleghi e dagli amici del Nord.

Il tutto parte dal passaggio di Higuain, il capocannoniere argentino del Napoli che ha scelto di “tradire” per andare a giocare nella Juventus, squadra rivale, dal punto di vista calcistico, della squadra partenopea.

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La parola più ricorrente per definire l’argentino infatti è “lota”.

E deve aver incuriosito non poco i tante persone del nord Italia che la sentono a ripetizione, la vedono scritta nei commenti a vari post su Facebook dai napoletani infuriati.

E l’amico o il collega d’ufficio napoletano può fungere da Garzanti ambulante, utilissimo per l’occasione.

Il vero napoletano sa come rispondere: in senso figurato la lota in napoletano è l’essere immondo, che fa scelte amorali e meschine, in senso letterale con il termine lota in genere si indica la melma, il fango.

Si usa spesso anche per indicare una persona il cui comportamento e’ discutibile a tal punto da considerarlo una “lota”, cioe’ un qualcosa di schifoso, di melmoso come lo sono gli antipatici e gli insopportabili.

L’origine della parola e’ latina.

Infatti con “lutum” si indicava la stessa cosa.

Il plurale di “lota” e’ la “lotamma” o “lutamma”, direttamente dal latino “luta” a sua volta plurale di “lutum”.

I più attenti danno anche un’altra definizione: la lota è quella sporcizia che si forma intorno alle condutture dell’acqua che proviene dal bidet, spesso di colore verde a causa dell’umidità.

In generale però, lota in napoletano viene usato per dire a una persona “Sei una schifezza, o più volgarmente ancora “Sei una merda”.

Questo termine si usa anche quando non ci si sente per niente bene, si dice infatti “mi sento una lota”.

Visto quante cose da scoprire nel dialetto napoletano così caratteristico?

Il napoletano o il dialetto napoletano (come il siciliano e altre varietà italo-romanze) possiede una ricchissima tradizione letteraria.

Si hanno testimonianze scritte di napoletano già nel 960 con il famoso Placito di Capua (considerato il primo documento in lingua italiana, ma di fatto si tratta della lingua utilizzata in Campania, conosciuta come volgare pugliese) e poi all’inizio del Trecento, con una volgarizzazione dal latino della Storia della distruzione di Troia di Guido delle Colonne.

La prima opera in prosa è considerata comunemente quella dei Diurnali, un Chronicon degli avvenimenti più importanti del Regno di Sicilia dell’XI secolo, che si arresta al 1268, probabilmente opera di Matteo Spinelli di Giovinazzo.