Qualche anno fa, un triste caso di cronaca nera ha fatto parlare veramente tutti. Eravamo nel 2012 quando un artigiano di Anzola, noto come Dino Reatti, è stato ucciso a sprangate senza apparente motivo. Molti aloni di mistero aleggiano su questo caso e diverse persone sono state accusate come responsabili dell’assassinio. Scopriamo dunque qualche dettaglio in più sulla morte di quest’uomo e su tutte le informazioni che si sono raccolte in questi 11 anni.

L’uccisione di Dino Reatti

L’uccisione di Dino Reatti è avvenuta nel 2012, quando questo povero artigiano è stato colpito da diversi colpi di sprangate. Ad essere condannate, in quanto sospettate di colpevolezza, tre persone distinte. La prima sospettata è stata Sonia Bracciale, ovvero la moglie di Dino. Questa è stata accusata di essere la responsabile dell’omicidio e, proprio per questo motivo, è stata condannata più di vent’anni di detenzione.

Gli altri due accusati rispondono al nome di Thomas Sanna, l’amante di Sonia Bracciale, e Giuseppe Trombetta, un grande amico di quest’ultima. Nel corso delle indagini tutti i soggetti coinvolti si sono accusati a vicenda, dichiarando di essere innocenti e di essere stati messi in mezzo a una cosa più grande di loro. Ovviamente la Bracciale è la sospettata più quotata, anche se nuovi particolari arriverebbero a mettere in discussione l’eventuale partecipazione della donna al caso.

Che cosa sappiamo sull’omicidio di Dino Reatti?

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Dopo 11 anni di agonia e mezze risposte che non hanno soddisfatto nessuno, Sonia Bracciale è stata classificata come la reale mandante dell’omicidio del coniuge. Dino aveva solamente 48 anni quando è stato ucciso ad Anzola, un piccolo paese in provincia di Bologna. Sonia, invece, aveva quattro anni in meno e, secondo le dichiarazioni, sembrava condurre una seconda vita all’insaputa del marito.

Le voci che circolano in paese hanno sempre supposto la presenza di amici maschi molto stretti, alcuni dei quali sarebbero diventati amanti della donna. Con il passare del tempo, Sonia ha però dichiarato che il marito era a conoscenza dell’esistenza di queste storie, in quanto i due non si amavano più ed erano un passo dalla separazione. Giuseppe e Thomas sono stati condannati a 16 e a 14 anni, in quanto sono stati considerati come gli esecutori materiali del crimine.

L’anno scorso la Corte d’Appello ha dovuto esaminare la richiesta di revisione del processo. Questo perché Sonia ha chiesto di poter tornare in aula ad approfondire la sua situazione, ma ovviamente ogni ipotesi è stata bocciata in partenza. Proprio per questo la stessa dovrà continuare a scontare la sua pena presso il carcere circondariale di Bologna.

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