Fine dello statalismo e spendig review. I disastri, anche ambientali, partono da qui

«Dov’è lo Stato?». E’ l’interrogativo più ricorrente quando ci si trova dinanzi a una catastrofe, a un’emergenza piccola o grande che sia. Un’interrogativo che contagia anche le giovani generazioni. Sempre più sfiduciate. «Dov’è lo Stato?» se lo sono chiesti in tanti, in questi giorni, anche lungo la Costiera Amalfitana quando si è trattato di fronteggiare l’avanzata degli incendi. Quando per avere un mezzo aereo occorreva fare trafile, telefonate, rimbrotti, minacce.

«Dov’è lo Stato?» ce lo chiediamo anche noi. Quello di una volta però. Capace di garantire servizi essenziali ormai sempre più affidati a ditte esterne, cooperative, imprese. O peggio ancora svenduti (la dorsale telefonica è un esempio clamoroso) in nome di una privatizzazione che ha invece creato nuovi monopoli.

Eppure l’Italia dallo Stato Sociale di mussoliniana memoria, allo statalismo sostenuto con forza dai partiti di sinistra, ha saputo sempre garantire il proprio intervento quando occorreva. Anche troppo, se si pensa ai sussidi concessi al più grande produttore di veicoli quando si minacciavano licenziamenti e cassa integrazione, o il sussidio attraverso pensioni di invalidità a quei reduci da una guerra mai combattuta.

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Prima la globalizzazione, eccessivamente estrema, poi la spendig review (e qui rientra anche la vergognosa riforma del welfare), hanno contribuito a privare il Paese di servizi essenziali di cui lo Stato si è incredibilmente liberato. Ma le commissioni, in cui collocare adepti e giannizzeri, compreso l’intero sottobosco politico, quelli restano. E con essi anche i lauti gettoni di presenza.

Lo Stato che taglia non è solo quello che non dà più soldi alle forze dell’ordine, che riduce gli straordinari o che limita l’acquisto di cancelleria ad uffici e Tribunali. Lo Stato che taglia è quello che non fa più concorsi, anche per intercettare nuove figure professionali, e che si affida all’esternalizzazione.

Lo Stato non più statalista né sociale è quello che ha demandato ad altri le emergenze sanitarie (quasi tutte la postazioni Saut ad esempio sono dotate di mezzi che appartengono ad organismi o imprese vincitori di gare d’appalto), che viva Dio funzionano e anche bene, così come i servizi sociali troppo spesso assegnati a cooperative sociali i cui lavoratori, in molti casi, non percepiscono neanche lo stipendio di uno statale in regime di part-time.

E poi ancora la manutenzione dei mezzi, ormai sempre più nelle mani di imprese private, come private sono le aziende che fornisco alcuni mezzi allo Stato. Ad esempio taluni aerei per lo spegnimento degli incendi, mentre altri di proprietà si dice siano fermi perché le gare d’appalto per la manutenzione non sono ancora state espletate.

Un sistema che non giova, quello della spendig review, così come è stato concepito e procrastinato nel tempo. Forse perché utile a intercettare voti? Chissà. Inutile, quanto disastrosa è stata, invece, nel caso delle montagne in fiamme, la riforma che ha portato alla cancellazione di talune Comunità Montane e alla creazione di altri enti partecipati solo da quei comuni prettamente montani. Ma i boschi, soprattutto in Costiera sono ovunque: dalle pendici, fin su alle quote più estreme. E gli effetti della mancata manutenzione, come della mancata pulizia, sono certamente una causa dei disastri di questi giorni che hanno aiutato quelle mani criminali da cui sono partiti gli inneschi.

Un sistema che non funziona quello del taglio alla spesa pubblica. Perché persino i comuni più virtuosi che potrebbero dotarsi di personale proprio sono impediti dal farlo. Complice quell’ormai assurdo vincolo del patto di stabilità a cui lo Stato li sottopone per effetto delle prescrizioni di un’Europa che anche gli europeisti più convinti ora contestano.

E allora, chiamatelo come volete, statalismo o stato sociale, l’importante è che ritorni lo Stato. Senza esternalizzazioni, ong e altre sigle varie. Perché ciò che occorre è uno Stato che riprenda in capo a sé la gestione dei servizi essenziali attraverso l’impiego di propri uomini e di propri mezzi. Che sia lo Stato a fare la propria parte, in uno Stato che di sociale ha solo il grande cuore della sua gente.