Elezioni 2018: dall’Italia un «vaffa» all’establishment. Anche dalle isole felici del Paese

«Ci sono molte forze politiche arrivate prime ma che non hanno vinto». Qualcuno, tra i salotti televisivi, ha rispolverato in queste ore una frase pronunciata cinque anni fa. All’indomani, cioè, del voto del 2013 che sancì la conquista della maggioranza, ma solo alla camera, del centro sinistra.

Una frase che con lo scenario di oggi, a meno di 24 ore dall’apertura delle urne, ha poco a che fare. E non solo per il fatto che appare decontestualizzata. Perché la realtà dei fatti è un’altra. Al di là di chi abbia vinto o meno o di chi, legittimamente, rivendica l’incarico di formare il prossimo governo, questo voto del 4 marzo ha sancito definitivamente una rottura con l’establishment.

Insomma, è stato detto basta a quello che arguti analisti politici definiscono mainstream. Uno slang che sta a significare «corrente principale» e di conseguenza «tendenza dominante». L’Italia ha detto «vaffa» a quella che era «un’opinione corrente», legata a schieramenti e appartenenze.

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E se Pd e Forza Italia insieme valgono quanto il Movimento 5 Stelle qualche motivo ci sarà. E farebbero bene i leader (?) dei partiti sconfitti a valutare attentamente il significato del voto di ieri. Che non è a sostegno del populismo o dei populisti, ma che imbocca la strada del cambiamento.

Un italiano su due ha scelto un partito anti-sitema. Lega o 5 Stelle che sia. E lo ha fatto probabilmente anche con rabbia. Ma con consapevolezza e, quasi certamente, non per protesta. Ad andare in questa direzione sono state per lo più quelle maggioranze silenziose di cittadini che fino agli anni ’90 votavano Dc e che, sferzate dalla crisi, hanno iniziato a diventare rumorose.

Inutile ora arroccarsi e continuare sulla strada della presunzione. Occorre prendere atto di una debacle. E questo vale soprattutto per il Pd, tra le cui mura pare che la riflessione non sia ancora iniziata se si attribuiscono colpe e responsabilità.

Da questo dato emerge un altro particolare: gli italiani hanno fatto capire a tanti (almeno nei partiti storici di centro destra e centro sinistra) che la politica è a tempo determinato. E qualcuno farebbe bene a tenerne conto favorendo una dimensione collettiva dell’agire politico piuttosto che alimentare forme anacronistiche di egoismo ed egocentrismo.

Se ministri, che pure hanno lavorato bene, come Franceschini e Minniti, perdono nei collegi di appartenenza il motivo non è solo legato al cosiddetto populismo e alla voglia di cambiamento. Ma a una strategia politica in capo al Pd che certamente ha prodotto disastri, disincanto e uno scarso appeal, anche in termini personali, in quanti il partito l’hanno votato e sostenuto. Strategia politica, che se perseverata, non solo si rivelerà fallimentare ma rischierà di compromettere il lavoro anche di qualche regione virtuosa a guida centro sinistra.

Ieri, entrando nei seggi, c’era un’aria strana. Surreale. Non il via vai di sempre quando i partiti storici si contendevano l’ultimo voto anche nelle più sperdute sezioni di provincia. Ieri, mancava la passione che ha sempre alimentato la politica. C’erano file di persone in attesa di esprimere il proprio voto. In silenzio, forse perché di lì a poco si sarebbero tolte la soddisfazione.

Quella di contrastare, con l’unico potere possibile – quello della croce vergata con una matita -, il sistema. Passando dalla parte dell’anti. E non lo hanno fatto solo le aree depresse di questo paese. Quelle, insomma, che sta peggio. Ovvero il Sud. Ma anche quelle isole felici o apparentemente tali, come la Costiera Amalfitana, dove il voto di ieri ha segnato non solo un exploit del Movimento 5 Stelle ma un considerevole successo anche della Lega che sfonda e fa man bassa nella parte più ricca del Paese: il Nord.

Purtroppo, nonostante l’esito catastrofico, si registrano ancora furbizie, ipocrisie e una mancanza di presa d’atto della situazione post voto. A destra come a sinistra. Il Pd e il centrosinistra, ma anche la stessa Forza Italia, incassano una batosta senza precedenti, aggravata da un sistema elettorale demenziale e dalla scomparsa di una politica popolare e di massa.

Perché temi come quello della lotta alla povertà, sono stati incredibilmente abbandonati o, che dir si voglia, lasciati ad altri. Colpisce, poi, l’autorottamazione di una certa sinistra. Di personaggi a mezzadria tra il veterocomunismo e il radical chic sempre poco attenti al grido d’allarme di un popolo che ha mal digerito ius soli, unioni civili, naspi, obbligatorietà di taluni vaccini e business dell’accoglienza dei migranti. Perché i problemi del paese erano altri. Di vivibilità e sopravvivenza, soprattutto.

E allora che sia davvero l’inizio della terza Repubblica? E con esso il varo di una nuova forma mista di statilsmo e stato sociale? Vedremo. Anche perché chi ora canta vittoria deve passare dalla protesta alla proposta.

Amalfinotizie.it ha seguito in tempo reale dalle 23 del 4 marzo l’esito dello spoglio delle elezioni politiche fornendo dati e curiosità in tempo reale.

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