Nella notte tra il 3 e il 4 giugno, quando la Costiera Amalfitana aveva ormai smaltito il traffico della giornata e il passo dei turisti si era fatto più lento, circa 300 tra capre e pecore hanno attraversato la Statale 163 da Erchie verso Agerola. È la transumanza: una pratica antica che qui non ha nulla della rievocazione per turisti. È lavoro vero, fatto di strada, fatica, animali, stagioni e montagna.
Il viaggio notturno sulla Statale 163: da Erchie ad Agerola con 300 capi
Il cammino parte dalla collina sopra Erchie, piccolo borgo di mare tra Cetara e Maiori, e corre lungo una delle strade più famose e difficili d’Italia: la Statale 163 Amalfitana. Di notte, quando le auto diminuiscono e la costa ritrova per qualche ora un silenzio raro, il gregge si mette in marcia verso Agerola. Attraversa Maiori, Minori, Ravello, Atrani, Conca dei Marini e Furore. Non è un percorso facile. Curve strette, tornanti, centri abitati, salite e discese. E tempi che non li decide l’orologio, ma il passo degli animali.
La meta è la zona montana di Agerola, dove l’aria più fresca e i pascoli estivi permettono al bestiame di affrontare meglio i mesi caldi. In una Costiera raccontata quasi sempre attraverso alberghi, ristoranti, mare e panorami, quella fila lenta di animali nella notte restituisce un’altra immagine: meno lucida, meno da cartolina, ma più concreta. Una Costiera ancora legata alla terra e a un’economia rurale che continua a vivere accanto a quella turistica.
La famiglia di pastori che resiste all’economia turistica della Costiera
A guidare il gregge, anche quest’anno, sono stati Giovanni, Franchina e i loro figli. Portano avanti una pratica che chiede esperienza, resistenza e una conoscenza vera del territorio. La transumanza non si improvvisa. Bisogna sapere quando partire, come tenere insieme gli animali lungo la strada, dove rallentare, quali punti affrontare con più attenzione. In Costiera Amalfitana tutto questo pesa ancora di più, perché il turismo ha cambiato spazi, tempi e priorità. Le attività legate alla terra e all’allevamento sono finite ai margini, spesso invisibili per chi arriva sulla costa solo per pochi giorni. Eppure fanno parte dell’identità dei luoghi. Non come immagine pittoresca, ma come lavoro quotidiano.
Il tragitto da Erchie ad Agerola racconta proprio questa convivenza, non sempre semplice: da una parte la Costiera internazionale, affollata e costosa; dall’altra una comunità pastorale che continua a muoversi a piedi, seguendo i bisogni del bestiame e il calendario naturale. È una resistenza silenziosa, fatta di gesti ripetuti e saperi passati in famiglia. Un patrimonio fragile, che rischia di perdersi se manca chi lo raccoglie.
Patrimonio Unesco e ritorno d’inverno: perché la transumanza resta viva
Dal dicembre 2019 la transumanza è nella Lista rappresentativa del Patrimonio culturale immateriale dell’Unesco, un riconoscimento arrivato all’unanimità e condiviso da più Paesi europei. In Costiera Amalfitana, però, quel titolo ha un significato molto pratico. Non protegge un monumento fermo, ma una pratica in movimento. E proprio per questo fragile: dipende dalle persone, dagli animali, dalle strade percorribili e dai pascoli disponibili. L’arrivo ad Agerola non chiude il ciclo.
Lo apre alla stagione estiva. Il bestiame resterà in quota fino all’inizio dell’inverno, quando il cammino sarà rifatto al contrario e il gregge tornerà verso Erchie. In questo andare e venire c’è un legame antico tra mare e montagna, tra clima e alimentazione, tra comunità costiere e aree interne. Per chi vive o attraversa la Costiera, la transumanza è anche un promemoria: dietro la bellezza dei luoghi c’è una cura materiale e culturale che non passa solo dai grandi eventi o dal turismo, ma da pratiche piccole, ostinate, spesso notturne. Finché ci saranno pastori pronti a camminare e territori capaci di accoglierli, quella fila lenta di animali sulla 163 continuerà a raccontare una Costiera meno evidente, ma più vicina alla sua storia.
