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Crazy for Football – Matti per il calcio è ispirato a una storia vera

Crazy for Football – Matti per il calcio è un film emozionante e divertente che ha riscosso grande successo anche perchè ispirato a una storia vera.

Una storia di difficoltà e sofferenze, nella quale il calcio ha un ruolo fondamentale. Una vicenda di amore verso gli altri, di senso di squadra e comunità.

Nonostante i limiti e le problematiche un gruppo di calciatori è riuscito a scrivere la storia di questo sport.

Andiamo a scoprire la storia vera che ha ispirato il film di grande successo trasmesso anche su Rai1.

Crazy for Football – Matti per il calcio: trama

Saverio è uno psichiatra fuori dagli schemi. Ai TSO, ai lunghi ricoveri e alle cure esclusivamente farmacologiche preferisce lo sport di squadra. Organizza, così, il primo mondiale di calcio a cinque per pazienti affetti da disturbi psichiatrici, nonostante gli siano stati negati i finanziamenti da De Metris, che dirige il reparto.

Al fianco di Saverio ci saranno la sua assistente Paola e l’appassionato allenatore Zaccardi. Nel giro di pochi giorni viene formata la squadra: ragazzi e adulti con disturbi di personalità, depressione, ansia e attacchi di panico.

Il desiderio di giocare in Nazionale li aiuterà ad uscire dalla gabbia della malattia per correre verso un sogno nuovo.

Crazy for Football – Matti per il calcio: storia vera

La storia racconta da vicino la scelta di vita del detto Santo Rullo. E’ stato lui a raccontare, nell’omonimo documentario, come il calcio abbia fatto bene ai suoi pazienti.

Crazy for Football non è solo, quindi, un prodotto cinematografico, anzi. «Da bambino volevo fare l’allenatore della Nazionale, il Mondiale in Giappone è la realizzazione di un sogno, ma non solo del mio: spesso le persone con patologia psichiatrica hanno sogni che diventano incubi. Questo è un sogno vero che per alcune persone si realizza».

Così ha spiegato il dr. Rullo la sua fantastica esperienza che ha portato poi alla realizzazione di Crazy for Football – Matti per il calcio.

«Prima di tutto queste erano persone che stavano su una panchina ad aspettare che passasse la giornata, ad aspettare l’iniezione di neurolettico una volta al mese, in una parola ad aspettare la morte. Con il calcio hanno riscoperto la relazione, il fatto che per giocare si deve passarsi la palla: significa ritrovare la memoria emotiva di prima, quando erano ragazzi, giocavano, e non erano malati».

Redazione Web

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