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Chi è Michele Ragonese l’amico di Serafino Famà: età, omicidio e cosa fa oggi

Per capire cosa sia successo a Serafino Famà e a Michele Ragonese dobbiamo fare un salto indietro, esattamente al 9 di novembre 1995 a Catania. Scopriamo insieme cosa è successo e chi è Ragonese.

Cosa accadde quel 9 novembre 1995

Torniamo indietro al 9 novembre del 1995 e sono circa le 21 quando l’avvocato Serafino Famà e Michele Ragonese escono insieme dal loro ufficio. La giornata è stata pesante e la lotta contro la mafia non è di certo una passeggiata. Giungono all’angolo tra Via Oliveto Scammacca e Viale Raffaello Sanzio quando si sentono sei colpi di pistola. Raggiungono i due uomini e Famà si accascia al suolo, vivo ma ancora per poco.

Alle 21.20 Famà raggiunge l’ospedale in ambulanza, ma non farà in tempo perché smette di respirare ancora prima di essere visitato. Le indagini iniziano subito, ma sappiamo molto bene quanto può essere complicato scoprire qualcosa quando di mezzo c’è la mafia. Infatti per un anno e mezzo non si scoprirà proprio nulla fino al 6 marzo 1997 quando vi è una prima svolta.

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Alfio Giuffrida, quel giorno, decide di collaborare con la giustizia. Giuffrida è un reggente e affiliato del clan mafioso Laudani. Stando alle ricostruzioni, i mandanti dell’omicidio erano Salvatore Torrisi e Salvatore Catti, mentre Fulvio Amante e lo stesso Alfio Giuffrida avrebbero osservato la scena a bordo della macchina.

Chi è Michele Ragonese, amico e collega di Serafino Famà?

Di Michele Ragonese non abbiamo alcuna informazione. Sappiamo solamente che nel 1995 lavorava insieme all’avvocato Serafino Famà e che insieme combattevano contro la mafia. Come spesso accade, quando si prestano i piedi alle persone sbagliate, questo potrebbe essere il risultato. L’avvocato Famà era classe 1938 ed era nato e cresciuto in una provincia di Catania.

Sin da quando era un bambino aveva le idee molto chiare sul suo futuro in quanto desiderava diventare un avvocato penalista. Per lui quello non era solo un lavoro, ma ci credeva fermamente in quella missione. Quando indossava la toga lo faceva con onore e con estrema dedizione. Per un anno e mezzo le indagini non portarono a nulla, ma poi la svolta.

Nel 1997 Giuffrida decide di collaborare con la giustizia e vengono fermati i responsabili di quel terribile gesto. In un’intervista al figlio di Famà, l’uomo ha ammesso che suo padre è stato ucciso in quanto si batteva con le sue forze per la legalità e non voleva vedere alle pressioni che quotidianamente riceveva.

Manuela Bortolotto

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