Cava antica e la Sagra della Canzone Napoletana negli anni ’30

Foto by Felice Gabry Landi - Gruppo Facebook Cava retrò e dintorni

Tantissimi anni fa, negli anni Trenta, a Cava de’ Tirreni si svolse, in una sola e unica edizione, la “Sagra della Canzone Napoletana“.

L’evento, datato 11 Agosto 1932, ore 21.30, ebbe come ospite d’onore l’allora principe ereditario del Regno d’Italia, Umberto I di Savoia, che per l’occasione tornò nella città metelliana.

La Sagra della Canzone Napoletana fa organizzata all’epoca dal barone Renato Ricciardi, Commissario prefettizio dell’Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo cavese.

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Per lo svolgimento della manifestazione fu allestito nella Piazza San Francesco di Cava un grandissimo teatro all’aperto, con capienza di 3 mila e 500 posti a sedere, e il ricavato dello spettacolo fu devoluto in beneficenza.

Da alcune foto pubblicate sul gruppo Facebook “Cava retrò e dintorni” dal cavese Felice Gabry Landi, si legge chiaramente tutto il programma dell’evento svoltosi nella Cava antica di allora.

Per gli appassionati di storia cittadina, ma anche per quelli che amano la canzone napoletana dei tempi che furono, ecco il programma.

Primo tempo: canto “ Fenesta Ca Lucive” , “ Palummella Zompa e Vola”

Quadro I : “ sul mare luccica” e “ Fuiculi- funiculà”

Quadro II, le canzoni: “ O sole mio” , “ Dint’ a n’ora Dio lavora”

Quadro III, “ Piscatore ‘e pusilleco”

Quadro IV, le canzoni: “ ‘O marenariello, marechiare, O paese d’o sole”

Il secondo tempo prevedeva:

Quadro I, le canzoni:  “Nuttata e Sentimento, A vongola, A risa”

Quadro II, la famosissima “ Torna a Surriento”

Quadro III, le canzoni: “ Adduormete cu  Nme, Napule Ca se ne va”

Generalmente definita come musica tradizionale e più specificamente musica popolare, pur nelle origini di tradizione orale, secondo alcuni musicologi la canzone napoletana apparterrebbe eccezionalmente alla musica colta.

L’origine della canzone napoletana si colloca intorno al XIII secolo, quindi ai tempi della fondazione dell’Università partenopea istituita da Federico II di Svevia (1224), della diffusione della passione per la poesia e delle invocazioni corali dalle massaie rivolte al sole come espressione spontanea del popolo di Napoli manifestante soprattutto la contraddizione tra le bellezze naturali e le difficoltà oggettiva di vita.

Si sviluppò già nel XV secolo quando la lingua napoletana divenne la lingua ufficiale del regno e numerosi musicisti, ispirandosi ai cori popolari, iniziarono a comporre farse, frottole, ballate, e ancora maggiormente dalla fine del Cinquecento, quando la “villanella alla napoletana” conquistò l’Europa, sin alla fine del Settecento.

Questa espressione artistica popolare era allora carica di contenuti positivi ed ottimistici e raccontava la vita, il lavoro ed i sentimenti popolari.

Gli strumenti classici della canzone napoletana sono il mandolino, la chitarra, il calascione (nome assunto dal liutaio Calace) – una sorta di antesignano del moderno basso, il Triccheballacche, uno strumento a percussione in legno e piattini in alluminio.

A questi si aggiungono tamorre (specie di tamburi) e tamburelli, caccavella o putipù, “Castagnelle” (nacchere) ed altri strumenti come il pianoforte.

Col tempo a questi strumenti di origine popolare si sono aggiunti altri in epoca più moderna, come la batteria.