Amalfi: l’orrore delle carceri sotto l’atrio del Duomo descritto nei documenti storici

di Antonio Amatruda – Le carceri di Amalfi sono state ospitate per secoli sotto l’atrio del duomo, in locali ora adibiti a ristorante, tra il campanile e la scalea.

Si stenta a credere che nell’Ottocento fossero nelle raccapriccianti condizioni testimoniate dai documenti presenti nell’Archivio Storico del Comune.

Il 7 giugno 1833 il Sindaco di Amalfi Francesco Saverio Falanga le visitò con il Giudice Regio. Stilò una relazione diretta all’Intendente, figura di funzionario del Regno delle Due Sicilie assimilabile al Prefetto.

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Le prigioni consistevano in due appartamenti di due stanze ciascuno, uno al pian terreno e l‘altro al primo piano, con finestre chiuse da cancellate in ferro.

Al piano inferiore vi erano i settori per gli uomini e le donne, al primo piano i detenuti correzionali e la stanza per il custode.

Alle spalle vi erano le mura delle sepolture della Cattedrale e dell’attigua chiesa del Crocifisso, il camposanto di Amalfi, per cui le pareti soprattutto al primo piano grondavano “un umido schifoso e puzzolente”.

Malgrado nel Regno delle due Sicilie dal 1817 fu vietata l’antigienica pratica della tumulazione nelle chiese, ad Amalfi si provvide solo nel 1840 a causa della difficoltà a reperire un luogo adatto.

Proseguiva il Sindaco che le condizioni igieniche potevano essere fonte di infezioni per l’intero paese considerata la posizione centrale del sito. Per la sua conformazione, tra il campanile e la scalinata del duomo, non vi poteva essere ventilazione.

Per alleviare il tanfo nei mesi caldi si provvedeva con i “soliti profumi della stagione”, cioè aceto, erbe aromatiche ed incenso, che troviamo più volte sollecitati nello stesso periodo dal Giudice Regio.

Foto Archivio Vincenzo Proto

I detenuti dormivano su poggi di muratura insufficienti per il numero dei reclusi. Le pareti erano annerite e le grosse cancellate rendevano i locali ancora più bui.

“Tutto fa orrore. Nel verno non ci batte il sole che per momenti senza ristoro ai poveri detenuti; nell’està poi non ci batte il sole che per che per bruggiarli. Quando poi la sera il custode dalla banda di fuori (cioè dall’esterno) chiude le finestre di legno aggiunte alle cancellate restano i detenuti veramente seppelliti vivi e se fra loro non vi sono i cadaveri questi stanno dietro al muro”.

Pertanto ne suggeriva il trasferimento in altra sede. Nell’immediato sollecitava fondi per una urgente riparazione dei locali, specie il primo piano e destinarlo ai detenuti criminali, diminuendone la pena ed aumentando il numero delle guardie. Il secondo piano avrebbe dovuto essere riservato ai detenuti correzionali e civili. Infatti finivano in carcere anche i debitori inadempienti. Proprio la sorte di due debitori in quel tempo ci conferma indirettamente le tremende condizioni della reclusione.

Si tratta dei fratelli Don Nicola e Don Giuseppe Cimini, benestanti in disgrazia travolti dai debiti. Il primo visse “fuggiasco e ramingo” per più di un anno per sottrarsi all’arresto ad istanza dei creditori; il secondo, “meno accorto”, perciò arrestato e per molti mesi “detenuto obbrobriosamente”, sarebbe perito se alcuni amici non avessero interceduto coi creditori per una moratoria.

A fine Ottocento la situazione non era certo migliorata. Nel 1894 l’ambiente è definito “interamente lurido” e i letti “penosissimi ed indecentissimi giacigli”.

Oltre i problemi igienici vi era una totale insicurezza della struttura. I reclusi potevano parlare liberamente con l’esterno. Nel 1930 un detenuto, recluso per un litigio con un’altra persona rimasta a piede libero, ricevette da questi una coltellata attraverso le grate. Una clamorosa evasione avvenuta durante il periodo bellico è ancora viva nel ricordo degli amalfitani più anziani.

Diversi furono i tentativi di trasferimento. Nella prima metà dell’Ottocento presso l’ex monastero dell’Annunciata (conosciuto oggi come Mariano Bianco) e dopo l’episodio del 1930 nel Monastero di Santa Gertrude in Atrani. Solo però alla fine degli anni Quaranta il carcere sarà spostato in uno stabile di Valle dei Mulini.

Chiuderà definitivamente nel 1980.