Amalfi: La Caravella compie 60 anni. Un «Grand Tour» di storia e di sapori

Ci sono luoghi dell’anima e luoghi che l’anima sanno custodirla e alimentarla. La Caravella ad Amalfi è uno di questi. Con la sua cucina delle emozioni da cui sono state rilanciate nel mondo le storiche ricette amalfitane. Ed è qui, a pochi passi dal santuario del mare, l’antico arsenale della repubblica d’Amalfi, che dimora non solo la tradizione ma anche la memoria.

Da Sessant’anni. Tante sono le candeline che il ristorante spegnerà domani 2 luglio, quando Antonio Dipino con il nuovo menù estivo festeggerà l’importante traguardo, rievocando e onorando l’impresa di papà Franchino, ma anche il voluminoso album dei ricordi che riporta a personaggi celebri di ieri e di oggi.

E l’archivio messo in piedi da papà Franchino e rimpinguato nel corso degli ultimi anni da Antonio Dipino, custode geloso dei segreti della cucina di famiglia, è uno scrigno senza tempo.

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In cui trovi ricordi che conducono a Quasimodo o ai passaggi dei più noti artisti della pop art mondiale. Ma anche elzeviri scritti in punta di penna da mostri sacri del giornalismo italiano.

Come l’amalfitano Gaetano Afeltra. «Chi ha conosciuto i sapori di un tempo, estrose invenzioni delle nostre nonne e delle nostre mamme, li ritroverà in quel patrimonio delle piccole mitologie familiari che “La Caravella” custodisce con commovente gelosia, e di questo le dobbiamo gratitudine» scrisse in un inedito testo rinvenuto recentemente nell’archivio del primo ristorante stellato del Sud Italia.

Qui, alla Caravella, di gente di peso ne è passata tanta. E puntualmente è sempre ritornata complice la piacevolezza del ricordo. Nel tempio delle meraviglie del palato trovarono rifugio personaggi del calibro di Aldo Moro, Salvatore Quasimodo, Gianni Agnelli, Federico Fellini, Gore Vidal, Jacqueline Kennedy, Anna Magnani.

Persino un non ancora famoso Andy Warhol correva da Franchino a mangiare un boccone. Erano gli anni Sessanta, quando il padre della Pop Art tentava di ricambiare con le sue opere l’ospitalità ai tavoli del La Caravella.

Mangiavano pesce arrostito in foglie di limone, scialatielli (che nacquero qui per mano di Enrico Cosentino) ai frutti di mare, calamari all’amalfitana serviti in conchiglie, mozzarella in carrozza e l’intramontabile soufflé a limone.

«Oggi il sole nel piatto», esclamò Quasimodo alla vista di quel piatto che conteneva il colore dominante della Costiera. Ricordi ma non solo. Perché con gli anni la Caravella ha rafforzato il suo appeal trasformandosi in un autentico museo della ceramica alcuni dei cui pezzi pregiati sono finiti addirittura nelle case di arabi o di potenti della terra.

Qui, dove Gore Vidal e Al Gore si incontrarono dopo le elezioni americane, festeggiò nel 2011 il suo compleanno anche un’affascinante venere nera: Naomi Campbell.

La Caravella, dove si ostenta con orgoglio una monumentale carta dei vini (la cantina è stata premiata per due volte come la migliore d’Italia nel 2005 e 2015) è stato il primo ristorante gourmet a valorizzare la colatura di alici di Cetara. E una storica ricetta, rivisitata da Antonio Dipino e Ezio Falcone ottenne il premio del Sole di Veronelli. Un piatto che poco dopo scomparve dalla carta.

Intramontabili però restano alcune genialità come il trito di pesce in foglie di limone di cui va pazzo Paolo Bonolis e che per l’occasione ha dedicato un suo scritto contenuto nel libro che uscirà a fine anno. Mentre sulla copertina del pamphlet celebrativo compare una divertente vignetta di Vauro prodotta una sera ai tavoli de La Caravella in compagnia di Michele Santoro. Un altro grande estimatore della cucina della Caravella. Una cucina del cuore che sa di terra e di mare.

I 60 anni di Storia raccontati da Antonio Dipino

«Siamo nel cuore di Amalfi in un contesto storico importantissimo, siamo vicino agli Antichi Arsenali in un palazzo del 1.100, che fu dimora dei Piccolomini, feudatari del Ducato Amalfitano – ricorda Antonio Dipino in una elegante brochure celebrativa – Sessant’anni fa, nel 1959 papà Franco e mamma Anna e il fratello decisero di aprire, con poche risorse e molti debiti, un ristorante di qualità con annessa pizzeria, “La Caravella”. Era una trattoria di qualità… l’arredo e gli spazzi del ristorante oggi sono simili a quelli del 1959, ovviamente conservati con tanti restauri e migliorie tecnologiche».

Oggi, il pavimento rarissimo di marmo, rosso Verona, gli intonaci ricci, il sogno di tanti architetti, i soffitti centenari e affrescati; i tessuti che tappezzano il ristorante sono sete di San Leucio di Alois, l’opificio del ‘700, fornitore del Vaticano e di tante Case Reali, le porcellane sono di Richard- Ginori, l’argenteria Sambonet disegnata da Giò Ponti, i cristalli di Murano, sono tesori.

«Erano gli anni ’60 e la Caravella con fierezza rappresentava il punto di incontro del Gran Tour in Costa d’Amalfi, il luogo dove nacquero amori tumultuosi, dove si firmavano accordi mai rivelati, dove tutto ha contribuito a rendere la Costiera Amalfitana quella che è oggi, uno dei posti più conosciuti ed ammirati al mondo» prosegue il suo racconto, Antonio Dipino.

«Ho iniziato nel 1987, dopo un po’ di esperienze in giro per il mondo, per mia fortuna, il solco era già tracciato – aggiunge – Grazie a mamma e papà nel 1969 siamo stati il primo ristorante a ricevere la prima stella dalla guida Michelin del Sud Italia, persa negli anni ’80 e riconquistata da me negli anni ’90. Fu in quegli anni, che sono stato lungimirante nel capire il cambio di direzione della ristorazione italiana; iniziai a cambiare da trattoria a ristorante; realizzai il mio sogno: la cantina con il controllo di temperatura e umidità allora una novità, molti illustri colleghi mi davano del matto. La mia passione fu scambiata per follia, invece avevo semplicemente anticipato i tempi, la formula cibo-vino-arte è diventata oggi la formula vincente di tutti i ristoratori di eccellenza».

«Più volte sono stato tentato di rifare il ristorante. Per fortuna ci sono incontri che ci segnano l’esistenza in modo indelebile – rivela Antonio – Una sera un famosissimo architetto, molto volte nostro ospite, dopo mie varie richieste di firmarmi il progetto della nuova Caravella, mi consigliò dicendomi: il tuo ristorante è unico, è magico! Vedrai nel tempo! Mi diede dei consigli e mi raccomandò di inserire altre ceramiche e di recuperare i soffitti. Oggi il mio ristorante è un Museo, l’ambiente molto romantico, curato nei minimi particolari, ospita la collezione di opere dei piu’ grandi maestri ceramisti della Costa d’Amalfi dal 1700 a oggi, la più importante al mondo e ci sono clienti che si prenotano solo per visitarlo».

Poi i ringraziamenti. «Grazie, a tutti voi. Ai nostri Clienti e amici che avete reso possibile tutto questo. Ringrazio mia mamma e mio padre, che mi hanno insegnato il rispetto e l’amore per la mia Terra, a mia moglie Tania e Annalara mia figlia e a tutti i miei collaboratori in particolare Peppe e Tonino che collaborano a costruire con me e i miei genitori, questa Leggenda».

Il soufflé al limone, «il sole nel piatto» di Quasimodo

Il piatto storico del La Caravella è il Soufflé al limone di Amalfi, specialità di mamma Anna e oggi dedicato a Salvatore Quasimodo, Premio Nobel per la Letteratura nel 1959. Amico di Franchino Dipino, il Maestro si illuminava in volto per quella “nuvola”, come lo definì con bella ed efficace immagine poetica, e più volte gli consigliò, senza successo, di chiamarlo il “Sole nel piatto”. Oggi la Caravella di Amalfi è tra i pochi ristoranti al mondo ad avere il privilegio di servirVi un piatto dedicato ad un premio Nobel.

…E poi c’è Antonio. L’omaggio di Bonolis a Dipino

«..E poi c’è Antonio – scrive il conduttore tv – Il minuscolo ristorante di Amalfi, la Caravella, di cui Antonio è l’anima, racchiude nei suoi sapori e nella sua accoglienza, tutto quello stupore che in quei 20 km ti aveva accompagnato. Mentre la sua generosa cortesia, l’elegante servizio, la bellezza del locale con le sue raffinate collezioni ti abbracciano una volta entrato, quello che il palato godrà va ben oltre la gioia. Se la costiera amalfitana avesse un sapore sarebbe quello della cucina di Antonio».