Perché ad Amalfi si festeggia il Capodanno il 1° settembre?

di Giuseppina Severino*

et hec charta sit firma in perpetuum
Perché ad Amalfi si festeggia il Capodanno il 1° settembre?

L’evento del Capodanno bizantino trova la sua motivazione nel prezioso patrimonio documentario amalfitano pervenuto a noi in forma indiretta e soprattutto negli atti originali che si sono salvati dalla devastazione e dall’incuria del tempo e degli uomini.

Nelle pergamene degli archivi vescovili di Amalfi e Ravello troviamo la risposta alla domanda: “Perché ad Amalfi si festeggia il Capodanno il 1° settembre?”.

E’ noto che la civiltà amalfitana ha conservato il diritto romano nel passaggio dal mondo tardo antico al Medioevo. Il grande archivista napoletano Riccardo Filangieri ha dimostrato per primo che ad Amalfi esisteva una Curia molto simile a quella napoletana, con curiales in possesso delle norme del diritto consuetudinario e delle formule tratte dal diritto giustinianeo e dalla prassi della Curie sopravvissute nei paesi soggetti all’Impero d’Oriente.

Pare che la Curia amalfitana esistesse sin dal secolo IX non per derivazione di un’antica curia di origine romana, ma per libera istituzione avvenuta in un periodo di indipendenza politica e commerciale. L’aver creato l’indipendenza fece sì che Amalfi si dotasse di un ufficio adatto per produrre le scritture legali che le attività crescenti richiedevano ed imprimesse così una svolta formativa, che trasversalmente si irradiò nel fecondo dinamismo artistico e culturale ancora oggi visibile. Si determinò così, con una sua forte originalità, la charta amalfitana.

Dalla fine del secolo IX e sino agli inizi del secolo XII l’uso cronologico adottato nella charta amalfitana fu quello bizantino, che fu poi sostituito con lo stile romano della Natività o della Circoncisione o con l’Incarnazione. Lo stile bizantino faceva iniziare l’anno il 1° settembre, anticipando di quattro mesi sul computo moderno, perciò i documenti così datati presentano nel millesimo un’unità in più dal 1° settembre al 31 dicembre.

Gli anni erano poi indicati anche mediante l’indizione, frequentissima nel Medioevo e conservatasi anche in età moderna nei calendari liturgici. Si tratta del numero progressivo che un determinato anno occupa in un ciclo quindicennale, per cui ad un certo anno dell’era cristiana corrisponde l’indizione prima (I), al successivo la seconda (II) e così via fino alla quindicesima (XV), dopo di che si ricomincia dalla prima.

Anche l’anno indizionale variava secondo stili diversi. L’indizione greca o bizantina, usata ad Amalfi, aveva inizio il 1° settembre, anch’essa con anticipo di quattro mesi. La datazione dei nostri documenti medioevali richiede, pertanto, grande attenzione sul computo dell’unità.

Ad Amalfi si scriveva su pergamene rettangolari corte e quasi quadrate o rettangolari con un’altezza tripla o quadrupla della larghezza, vergate per l’alto con la specifica ed enigmatica scrittura nota come “curiale amalfitana”.

L’atto iniziava con l’invocazione divina simbolica e con quella verbale nel nome di Dio Salvatore nostro Gesù Cristo (In nomine domini Dei Salvatoris nostri Iesu Christi).
Seguiva l’indicazione cronologica, con gli anni di governo, il giorno, il mese e l’indizione.

Comunemente il documento iniziava con l’intitolazione, nella formula più frequente certum est, a cui seguivano l’esposto (a presenti die promptissima et spontanea voluntate oppure scribere et firmare visus sum) ed il disposto unito dalle parole ut o in ea videlicet ratione, poi le clausole, con una ricorrente sanzione penale espressa secondo la valuta in soldi bizantini o soldi d’oro o tarì amalfitano.

La dicitura dei nomi è interessante: quando non era ancora usato il cognome, il nome personale era seguito da uno o più patronimici per risalire al capostipite, nelle intitolazioni al nome dell’attore seguiva quello della moglie e dei fratelli o dei figli, spesso la famiglia intera interveniva nell’atto.

La semplice formula et hec charta sit firma in perpetuum (e questo atto sia valido per sempre) corroborava il documento, ovvero lo rendeva valido. Negli atti più antichi è lo scriba ad attestare la presenza dei testimoni, i quali cominciano a firmare con una propria scrittura elementare di base o usuale con autografo solo verso la metà del secolo X.

Lo scriba si sottoscrive invece in curiale ed è l’estensore materiale dell’atto (Ego scriva huius civitatis hanc chartam manu propria scripsi), spesso si firma come presbiter et scriva.
La denominazione curialis appare nei documenti verso il 1058-1068 e ricompare sotto il libero ducato di Marino Pansebaste (1096-1100) con il primo protonotharius. Curiales, scriba e prothonotarius si alternavano nelle sottoscrizioni e l’atto poteva essere scritto anche da un discipulus, ma il curialis doveva complere et absolvere (senza l’intervento del giudice).

Tra i contratti tipici vi erano: patti speciali nell’ambito di contrattazioni comuni, ad esempio le vendite (charta manifestationis), gli accordi al termine di una lite (charta finitionis causationis), l’atto di divisione o l’accordo per procedere alla divisione (charta merissi), gli atti per culture ad alberi (charta pastinationis), per locazione di terre a cultura (charta incartationis), l’istrumento di dote (charta ydiocheris) ed ovviamente la societas, l’accordo di natura commerciale connesso a negozi marittimi.

Numerosi sono i riferimenti a vigneti, castagneti, che permettono di ricostruire scientificamente il paesaggio agrario e le terminologie prodotte dalla lingua dialettale.
Il luogo in cui i documenti venivano redatti, fino al secondo decennio del sec. XII, è la città di Amalfi, nella quale era concentrata l’attività dei curiali. In seguito la produzione documentaria compare anche in altri centri dove vi sono scribi, quali Atrani, Ravello, Scala e Tramonti. E’ interessante notare come a Ravello, per rendere più evidente l’autonomia dai curiali amalfitani, usavano far iniziare l’anno con quattro mesi di anticipo rispetto al computo amalfitano.

Due grandi elementi di originalità ci sono indicati dai documenti amalfitani. Uno è costituito dalla dichiarazione del rogatario di essere “scriba della città di Amalfi”, dalla quale emergono il legame “orgoglioso” e riconosciuto con l’istituzione cittadina ed il carattere ufficiale della sua attività, da cui discendeva la credibilità dell’atto stesso.

L’altro è l’uso della scrittura curiale amalfitana, unica e differente da quella comune, che implica l’esistenza ad Amalfi di una scuola scrittoria al di fuori del circuito normale di istruzione elementare e superiore, di livello alto, aperta ad ecclesiastici e laici e finalizzata alla redazione degli atti.

Con la restaurazione dei Normanni di Puglia nel 1129, si apre una fase nuova. Sotto la monarchia normanna la Curia amalfitana viene diretta dallo stratigoto, assistito dai iudices e dai boni homines. Successivamente, nel secolo XIII, compare il publicus notarius ed il curialis, che si comincia a chiamare talvolta “notaio”, viene scomparendo. Contemporaneamente la minuscola gotica si affianca e concorre alla lentae sempre più complicata trasformazione della curiale amalfitana.

L’imperatore Federico II ordina l’abolizione dei curiali con la sua costituzione De instrumentis conficiendis per curiales, ma un secolo dopo essi ancora sopravvivevano, tanto da richiedere al sovrano Roberto d’Angiò, il 5 novembre 1313, di confermare l’uso dell’antica consuetudine. Roberto d’Angiò li accontenterà, ma la loro decadenza era ormai avviata e sarà completa nel Cinquecento, quando si impone l’instrumentum notarile.

La meritoria manifestazione del Capodanno bizantino amalfitano lascia spazio ad una più profonda, pur se complessa, riflessione sull’eredità lasciata dai nostri Padri e sui primati della nostra civiltà, non ultimo quello giuridico.

Grazie al lavoro certosino di tanti illustri archivisti e paleografi, tra i quali spiccano il Filangieri, la prof.ssa Jole Mazzoleni ed i suoi allievi proff. Pescatore, Salvati, Orefice, Rossi, il prof. Ulrich Schwarz, il prof. Alessandro Pratesi, appare evidente quanto sia fondamentale la conoscenza e necessaria l’ulteriore investigazione di fonti ancora inedite per la ricostruzione della storia non solo amalfitana, ma del Meridione d’Italia e più in generale del Mediterraneo e dell’Europa.

*Docente di Materie letterarie e latino presso l’Istituto Superiore “Marini-Gioia” di Amalfi