Aldo Moro: 40 anni fa il ritrovamento nella Renault 4. Ma cosa ha perso l’Italia?

Roma N56786. E’ questo il numero di targa maggiormente ricorrente in questi ultimi 40 anni. E’ quello della Renault 4 rossa nel cui bagagliaio, il 9 maggio 1978, venne ritrovato il corpo senza vita del presidente della Dc, Aldo Moro. In Via Caetani: una strada di Roma poco distante dalla sede del Pci e da quella della Democrazia Cristiana.

Una strada a mezzadria tra le sedi dei due maggiori partiti politici italiani, che proprio grazie a Moro avevano trovato un’intesa per il sostegno esterno dei comunisti al governo Andreotti la cui fiducia alla Camera si sarebbe dovuta votare proprio nel giorno in cui Moro fu rapito.

Una stradina ai margini del ghetto in cui i brigatisti fecero ritrovare il corpo di Moro comunicandolo in un’ultima, drammatica, telefonata al più stretto collaboratore di Moro, Franco Tritto, che prenderà il posto della statista nella cattedra universitaria di procedura penale e rimarrà legato al suo ricordo fino alla morte prematura nel 2005.

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Sono le 12,30, quando il brigatista Valerio Morucci chiama da una cabina telefonica. Nessun proclama: al suo assistente, all’epoca 28enne, viene solo affidata l’indicazione del luogo dove è stato lasciato il corpo del presidente della Dc.

«È lei il professor Franco Tritto?».
«Sì Ma chi parla?»
«Brigate rosse. Ha capito?»
«Si»
«Adempiamo alle ultime volontà del presidente comunicando alla famiglia dove potrà trovare il corpo dell’onorevole Aldo Moro»
«Se può ripetere, per cortesia».
«No, non posso ripetere, guardi. Allora, lei deve comunicare alla famiglia che troveranno il corpo dell’onorevole Aldo Moro in via Caetani. Lì c’è una Renault 4 Rossa. I primi numeri di targa sono N5».

Tritto singhiozza, balbetta. Piange. Vorrebbe non credere alla notizia, poi procederà egli stesso a informare la famiglia Moro e il Viminale.

Ma perché via Caetani? Una scelta attraverso cui le BR potrebbero aver voluto sottolineare le responsabilità dello Stato nell’uccisione del politico più importante del paese.

E questo dopo 55 giorni di prigionia da quella strage del 16 marzo 1978 in via Fani in cui persero la vita i carabinieri Domenico Ricci e Oreste Leonardi, e tre poliziotti: Raffaele Jozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi.

Tutti morti, tranne Moro, rapito e nascosto almeno in due covi differenti. Prima di essere ucciso e fatto ritrovare cadavere nel bagagliaio della Renault 4 rossa.

Negli anni che seguono quel 9 maggio 1978 ci saranno indagini, processi, commissioni parlamentari, libri, inchieste, film. E poi brigatisti pentiti e dissociati che aggiungeranno tasselli su tasselli a una verità che però sembra ancora difficile da agguantare.

Ma si riuscirà mai a capire la verità di una vicenda così drammatica e complessa? Secondo qualcuno fin quando esisteranno forze esterne che vanno al di là di una semplice questione di politica nazionale queste saranno sempre in grado di silenziare qualunque tentativo di arrivare alla verità.

A quarant’anni da quel tragico evento che ha segnato la storia del Paese ci si interroga su quanto l’Italia abbia perso con la morte di Moro, e con la fine del suo pensiero politico, del suo carisma, della sua straordinaria capacità pedagogica e aggregativa.

Perché Moro è stato quello statista che ha tentato di dare all’Italia una visione politica di lungo termine. E il caso Moro è il simbolo di uno sviluppo della democrazia strozzato, interrotto di colpo con un’azione di una violenza senza precedenti.

L’Italia con Moro ha perso un uomo di grande capacità di mediazione. Un uomo che intendeva la politica come un tentativo di abbracciare una società nazionale facendo si che l’evoluzione naturale non tracimasse né verso destra né verso sinistra ma che fosse governata senza oppressione e senza violenze.

Con Moro si chiuse una stagione in cui il cambiamento politico di massa sembrava poter essere praticabile. Ognuno fece poi le proprie scelte e fu la fine della politica. Ma il rammarico più grande è che oggi anche i più accesi contestatori di quella classe dirigente riconoscono il carisma di Moro.

Perché con Moro l’Italia non ha solo perso un illuminato, un grande intellettuale. E quando si pensa a questi personaggi, talvolta aspramente osteggiati, detestati, attaccati, tra gli anni Sessanta e Settanta, sembrano dei giganti. Era la vera classe dirigenti che in tanti oggi fanno fatica a intravedere. A riconoscere nel panorama attuale.

Il sentimento diffuso, non solo tra gli intellettuali, è di forte smarrimento dopo tutti questi anni di dolorosa confusione.

Roma N56786, non è per questo una targa qualsiasi. La Renault 4 rossa non è, per la storia d’Italia, solo un’auto proletaria. Da quei numeri e dalla carcassa di quell’utilitaria scaturiranno alcuni fenomeni rilevanti: l’autodistruzione del terrorismo e di una classe dirigente stremata ma, soprattutto, un Paese ancora troppo riflesso, con tutte le ombre e le insicurezze nel cadavere di Moro. La vittima sacrificale di un’Italia oggi mestamente senza guida, senza ideali, senza valori.