Totò a Ravello: il principe della risata in Costiera s’innamorò del vino «rosato»

Non c’è solo l’America dietro le fortune di un vino che oggi ritorna prepotentemente di moda. Ci sono anche aneddoti e personaggi ad aver trasformato il rosato di Ravello in un must irrinunciabile. Erano gli anni a cavallo tra il Cinquanta e il Sessanta quando anche il mitico Totò si innamorò di quel nettare.

«Guai se a tavola non c’era il rosato di Caruso» rivelò nell’agosto del 2012 a Tramonti Liliana De Curtis. «Era un appassionato di quel vino e da quando lo scoprì, proprio a Ravello, non seppe più rinunciarvi» raccontò la figlia del principe della risata rivelando un particolare inedito della vita privata del grande attore napoletano.

La figlia di Totò che poi visitò Ravello, nel corso di quella due giorni in Costiera, sottolineò come suo padre in quella perla della Costiera non abbia portato alcun altra donna al di fuori della moglie. «A Ravello è sempre venuto con mamma, le sue amanti le ha sempre portate altrove» disse poi Liliana De Curtis che conserva una foto dei genitori scattata proprio nella città della musica.

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E fu al Caruso, storico albergo di Ravello di cui era habitué (sul guest book la firma con dedica del principe della risata), che Totò conobbe il rosato, l’invenzione tutta ravellese che introdusse un nuovo metodo di vinificazione.

Dunque, bianco, rosso e… rosato. Il colore dell’uva nel bicchiere in Costiera si è fatto sempre in tre. Da oltre mezzo secolo, quando qualche pioniere rivoluzionò la vinificazione legate per anni alla totale pressatura di bacche chiare e scure.

Prese corpo a Ravello, l’invenzione, di spremere delicatamente quei grappoli di piedirosso per ricavarne un vino nuovo, leggero. Un vino, capace di farsi bere anche nei giorni di calura. La rivoluzione del rosato nasce in Costa d’Amalfi. Nella Terra delle Sirene cara a Norman Douglas, tra quei viaggiatori che ne apprezzarono, decantandone, sentieri montuosi e cime graffiati dei Lattari.

E non poteva che avvenire a Ravello, etimologimante legata al rebellum di latina memoria. Furono i Caruso a lanciarlo sul mercato quel rosato che conquistò prima il palato dei viaggiatori americani per poi conquistare il mercato d’oltreoceano.

Un must d’altri tempi, il rosato, ma che oggi tutte le cantine della Costiera e non solo presentano nella propria linea di produzione a dimostrazione che il nettare continua ad esercitare appeal. E non solo perché facilmente abbinabile a tutta la grande cucina compresi i piatti della tradizione marinara. Proprio come accadeva un tempo.

E siamo qualche anno prima dei mitici anni Sessanta quando era forte la moda per questo vino. Durò per poco più di un decennio il fascino di questo nettare che i grandi alberghi della Costiera e della Penisola Sorrentina servivano ai propri ospiti. Oggi, come tutte le mode, il ritorno di fiamma. Improvviso, anche se non sorprendente.