A 36 anni dal sisma dell’80. Anche la Costiera finì nell’elenco del disastro

Il tintinnio dei bicchieri stipati nelle vecchie credenze. Sempre più forte, insistente. Il pavimento che d’improvviso iniziò a sussultare. E poi quel boato tra le gole delle montagne. Chi li dimenticherà mai qui sessanta interminabili secondi che sconvolsero una vasta area dell’Appennino meridionale, a cavallo tra l’Irpinia e la Basilicata. Ricordi che ciascuno mai riuscirà a cancellare insieme a quello sciame sismico che per giorni, dopo quel maledetto 23 novembre del 1980, contribuì ad accrescere la paura per un nuovo e più drammatico terremoto. L’ora era quella della messa serale, ma anche della sintesi in tv di una delle gare di campionato. I più piccoli a casa animavamo bambole o facevano rombare con suoni onomatopeici modellini d’auto. Erano i tempi in cui non ci si estraniava. Anzi, i più socializzavano attorno a un tavolo con giochi di società. L’alienazione e l’isolamento, oggi generati da da tablet e smarphone, erano ancora lontani di un ventennio. Improvvisamente un anomalo movimento sussultorio, poi ondulatorio. Il buio, il boato. La corsa a strappare alle culle i più piccini, cercare riparo sotto gli architravi delle porte o in fondo ai tavoli. E chi se li scorda quei sessanta interminabili secondi che alle 19.34 di quella domenica spezzarono vite umane seminando distruzione e morte.

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Chi se la scorda quella scossa del decimo grado della scala Mercalli che causò oltre 2.000 morti, 10.000 feriti, 300.000 senza tetto. Furono cancellate oltre 77mila costruzioni in 686 comuni alcuni dei quali come Lioni, Laviano, Sant’Angelo dei Lombardi, Conza, Pescopagano scomparvero in pochi istanti. Paesi dai nomi quasi sconosciuti e da 36 anni scolpiti nella memoria di chi ha vissuto quel dramma. Gli unici due canali della tv visibili un po’ ovunque nelle edizioni speciali dei telegiornali iniziarono già dal giorno dopo a fare la conta dei morti. La voce del cronista ripeteva quasi a cantilena il lungo elenco delle vittime che saliva di ora in ora. Si scavava con le mani ed erano i tempi in cui ancora non v’era traccia di protezione civile o di nuclei di pubblica assistenza. Eppure i volontari furono tanti.

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Fu da quel sisma dell’Irpinia che nacque la necessità di istituzionalizzare un corpo di pronto intervento a cui conferire il ruolo di cabina di regia – quella che mancò in quei giorni determinando ritardi negli aiuti – anche per volere dell’allora commissario per la ricostruzione Giuseppe Zamberletti. «Sant’Angelo dei Lombardi, 482 morti; Laviano, 303 morti; Lioni, 228 morti» era la litania che si ripeteva nelle edizioni dei telegiornali della Rai. Un lungo elenco in cui finì anche Tramonti, il polmone verde della Costa d’Amalfi. Qui, si registrò l’unico morto dell’itero territorio. A perdere la vita fu suor Modestina Russo dell’Ordine delle Suore Immacolatine rimasta vittima sotto il crollo del proprio istituto, alla Frazione Campinola. E così Tramonti si ritrovò nell’elenco del disastro generato da quel tragico evento che fece cadere il paese nella morsa della paura anche per le gravi ferite riportate dal territorio.

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A Tramonti nei giorni successivi al sisma giunse persino una carovana di aiuti che a causa delle poche, imprecise e frammentare notizie, fu inviata tra le colline della Costiera perché allertata per una distruzione che fortunatamente non c’era mai stata. Ripartirono dopo aver dispensato viveri e coperte a quelle persone che subirono danni gravi alle abitazioni e per le quali poco dopo venne disposto l’alloggiamento in prefabbricati alcuni dei quali smantellati recentemente. Ma la cronaca ancor più sconvolgente di quel terribile sisma, che distrusse decine di comuni della Campania e della Basilicata, è quella racconta i mesi e gli anni successivi al 23 novembre dell’80. Ovvero il  business della ricostruzione, gli scandali, il malaffare e i rapporti tra camorra e politica. Oggi in alcune di quelle aree devastate dal sisma delle 19,34, da 36 anni si attende ancora di ritrovare una normalità. Negata finora soltanto da consuetudini tutte italiane.